Traiettorie/derive della democrazia

 

"Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso" 

                                                                                             Guy Debord, La Société du spectacle

                                                                                              

Ci si sente in dovere di avere o sostenere delle opinioni. Uno dei presupposti della democrazia occidentale è proprio il pluralismo delle opinioni. Allo stato attuale degli eventi questo aspetto è divenuto una grottesca appendice, un imbarazzante brufolo sulla fronte della democrazia occidentale; opinionismo selvaggio che rimarca l'asfissiante volontà di demenza di molti e molti.

La selezione dell'offerta concettuale da parte del mercato - su base della domanda ovviamente - è una delle caratteristiche più buffe ed inquietanti della società dello spettacolo: dal rizoma - insieme caotico e in continuo mutamento - delle opinioni nella noosfera - totalità delle informazioni, intelligenza collettiva - il mercato estrae quei concetti ritenuti ad alto gradimento, pilotando il susseguirsi degli eventi verso approdi per esso lucrosi. La maggior parte delle volte ad essere estratte sono le opinioni stesse, senza i loro promulgatori. Quando è presente, l'opinionista è sopportato dal mercato solo in virtù della sua opinione mirabolante e baracconesca che fa battere le mani alle scimmiette.

Edizione de "La società dello spettacolo" di Debord, 1967
Edizione de "La società dello spettacolo" di Debord, 1967

L'opinione viene mercificata e diviene oggetto di devoto feticismo da parte dei consumatori di opinioni.

E' molto interessante notare come il mercato sia in grado di estrarre opinioni da ambiti disparati: gran parte della merce del settore musicale si sorregge su enormi impalcature di opinioni che continuano a produrre guadagno anche dopo la morte degli opinionisti, proprio in virtù di queste costruzioni fondate su ricerche di gradimento. Addirittura le forme più brutalmente scatologiche dello spettacolo, gli show più aberranti sono diffusori di opinione - nichilista - . Involontariamente i mass media, indirizzati dal mercato, determinano la dittatura degli eventi e delle situazioni intellettuali attraverso traiettorie stabilite tramite i flussi di informazione, formano la personalità della massa con strategie di marketing, plasmandola e riplasmandola di volta in volta, dirottando le energie dei consumatori - a volte in modo contradditorio - verso obbiettivi sempre nuovi.

Ma cosa succede quando il marketing incontra la politica?

Un primo passo in questo senso fu rappresentato dalla cosiddetta manipolazione dell'opinione pubblica;

il secondo passo fu cavalcare quelle opinioni che ricevevano maggiori consensi da parte del pubblico, cercando di isolarle dalle opinioni pericolose; il terzo passo sembra coincidere con la totale accondiscendenza del politico all'opinione di massa, persino in quegli aspetti potenzialmente dannosi per sé, mista a sottili strategie mirate a gestire il risentimento - Nietzsche docet - generando nuove opinioni dalle vecchie o rinverdendo opinioni che in fondo sono evergreen.

La politica dello spettacolo sposta i consensi attraverso la pubblicità e sfrutta quest'ultima per autorigenerari ed accrescersi. Le sue fasi posso essere esemplificate così:

 

- Ricerca di mercato;

- definizione di una strategia;

- propaganda/pubblicità - tutto ciò che concerne - ;

- generazione di pluslavoro/plusvalore: il consumatore politico agisce da megafono attraverso il passaparola. Lavora di fatto gratuitamente per il marchio. Prima forma di feticismo della merce politica;

- generazione di guadagni collaterali: il consumatore politico entrerà in contatto con numerosi altri prodotti - a volte vere e proprie merci -  correlati con il mio brand, andando ad accrescere la macchina da guerra capitalista;

- marchio come famiglia: ultimo step del feticismo di tutte le merci; il consumatore riconoscerà se stesso come appartenente al marchio, divenendo un operaio a tutti gli effetti. Ovviamente non pagato.


Un manifesto del Maggio francese
Un manifesto del Maggio francese

La strategia adottata dalla politica dello spettacolo è la stessa del mercato; l'essenziale è stabilire traiettorie.

Ma se la merce può essere venduta grazie a brevi traiettorie, la vendita politica va continuamente riconsolidata nel tempo. Sarà necessario impedire derive e detournements attraverso il congelamento del simbolo-marchio-concetto, imporre una tenaglia semantica attraverso copyrights - reali - e concettuali, indire uno sciopero/dittatura degli eventi tramite un bene che sia anche Verità - Bacone? - spacciato come orizzontale ma di fatto imposto dall'alto come ogni Verità. La rizomaticità delle opinioni è di fatto realmente esistente in profondità, ma viene taciuta e soppiantata da un'opinione comune, in virtù del bene della famiglia.

 

Per essere efficace una strategia di marketing mirata alla creazione di una famiglia deve prendere in prestito dalle grandi religioni monoteistiche due momenti: l'epifania e l'apocalisse. In primis il prodotto si deve rivelare al consumatore come unica possibile strada per sbaragliare la concorrenza - Paolo fulminato sulla via di Damasco; Maria riceve la visità dell'arcangelo - , esso deve apparire come una scoperta meravigliosa e in un certo senso donata al consumatore, nel quale deve diventare l'apostolo del nuovo Vangelo. Secondariamente il prodotto deve apparire al feticista delle merci apocalittico, ovvero come un qualcosa che sarà rivelato appieno un giorno, in grado di progredire inevitabilmente verso una promessa, un'utopia che vedrà i miscredenti farisei rosiconi schiacciati sotto lo stivale della Verità - queste cose le sapeva bene Steve Jobs - . Una volta che la famiglia è stata formata, essa instaura un circuito basato su obbligo, dovere, debito, punizione, senso di colpa, in grado di mantenere sempre attive le traiettorie imposte.

Una cultura e una personalità sono state (ri)generate, l'Io del consumatore è stato staticizzato, stiticizzato e uniformato (Scientology?).

 

Questo dovrebbe essere il momento in cui la macchina opinionistica politica, divenuta incapace di generare nuovi simboli-concetti, costretta a ruminare sempre gli stessi concetti che mangia e defeca in un angosciante eterno ritorno, incapace com'è di contenere il tempestoso, sotterraneo fluire rizomatico dei concetti all'interno della moltitudine - Deleuze - , si dovrebbe rivelare per quello che è in realtà: una fabbrica senza ciminiere nè cancelli nè cartellini da timbrare.

Questo deve essere per tutti coloro i quali sono in gioiosa rivolta il segnale di inizio dell'attacco festoso: detournare ed abbandonarsi alla deriva intellettuale per smontare la fabbrica e lasciare il padrone nudo in mezzo ad un prato fiorito - campo minato - . La prassi ideale è rivelare i meccanismi ed infrangere i copyrights, impossessarsi di tutto espropriando in nome di un'autogestione delle traiettorie e dei concetti.

 

A cura di Claudio Kulesko

 

 


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