la mistificazione continua: il caso brexit

 

 

 

È strategia assai diffusa, con particolari e sistematiche evidenze in campo mediatico, quella di mistificare al punto da screditare un’opinione o, alla peggio, un dato di fatto adducendo spiegazioni futili, risvolti collaterali magari parziali, marginali o indipendenti dal fatto stesso. Peggio ancora e non di rado, effetti vengono scambiati per cause o viceversa. Riguardo a questa consolidata tendenza, Umberto Eco ebbe a scrivere: “ecco la vera tecnica della macchina del fango: riportare qualcosa di assolutamente vero ma in modo da sottintendere qualcosa di falso”.

 

A due mesi e mezzo di distanza dal referendum britannico, la campagna di opinione volta a denigrare l’inopinata (?) scelta che ha spinto verso il leave i cittadini d'oltremanica, campagna che pienamente rientra nella categoria di cui sopra, proprio non sembra trovare una fine.

Un’analisi che volesse considerarsi compiuta dovrebbe, credo, investigare le cause che sovrintendono una tale tendenza di natura fuorviante e oscurantista, ma onde evitare di scadere nel complottismo o, peggio, nello psicologismo, mi limiterò qui a prendere in considerazione la più banale delle ipotesi: ogni giornalista, testata o chicchessia tende ad anteporre alla ricerca della verità, presunta o accertata che possa essere, la ricerca del consenso del lettore. Poco importa se la pletora di consumatori di notizie, virtuali o cartacee che siano, spesso ignorino qualsivoglia fondamento della materia della quale si va a trattare. Meglio, anzi, l'impatto di una notizia abilmente confezionata diviene così di più sicura e immediata presa.

theresa may queen regina elisabetta

Ed ecco quei benpensanti di Micromega -riconosciuta élite intellettuale del panorama giornalistico italiano- estendere in data 7 settembre un articolo (http://micromega-online/brexit-le-illusioni-di-londra/) dall'esplicito e significativo titolo: le illusioni di Londra. Il casus a presiedere la stesura dell'articolo è il seguente:

 "Nell’era Brexit, è un inglese su quattro che pensa di trasferirsi all’estero, secondo un sondaggio realizzato pochi giorni fa e riportato dal Guardian".

 Insomma, tanto basta per poter iniziare a scrivere un articolo che non contenga un solo elemento critico di rilievo, condìto, anzi, di paternali del tipo:

 "Il Regno Unito sembra quindi troppo ottimista o non ha ancora inquadrato quelle che sono le reali conseguenze della scelta fatta. Probabilmente ambedue le cose". (che, detto da un premio nobel per l'economia suonerebbe come un oscuro monito, peccato che i premi nobel per l'economia pensino in sostanza questo).

 Oppure,

 "L'operazione maquillage sembra inefficace contro l’ondata di caos che si percepisce a Londra" (quale ondata, quella del sondaggio dell'uno su quattro?);

 E ancora,

"Se da una parte Londra sta cercando di giocare la carta della vicinanza con l’Unione Europea per non perdere il suo più grande mercato di export e per cercare di garantirsi accordi commerciali che non penalizzino l’incertissimo futuro economico e commerciale, la risposta europea potrebbe essere quella che è stata fino ad ora: picche" (va' che l'Europa è in posizione di dispensare due di picche).

 

Sul comportamento che un buon giornalista dovrebbe tenere parlando di sondaggi si sono spese tante, fin troppe parole (v. Natale, 2009), ma tornando sul binomio cause/effetti o, per dirla alla Eco, vero/falso la crème ce la regala Internazionale (7 settembre), che va riportando un articolo di Le Monde (http://www.internazionale.it/notizie/2016/09/07/brexit-razzismo-aumento) dal titolo altrettanto eloquente: aumenta il razzismo dopo la brexit. Eccone l'esempio perfetto, l'emblema delle notiziole che ogni giorno vediamo scorrere lungo le bacheche dei nostri social, notiziole troppo lunghe e noiose per essere lette ma abbastanza impattanti da poterci condizionare. Fa' niente se all'interno vi si trovi fuffa, come nel caso Micromega, o un uso criminoso e acritico della professione giornalistica, Internazionale.

 

Questa è infatti la perfetta sintesi del pensiero di Eco: riportare qualcosa di assolutamente vero, cioè i dati riguardanti l'aumento dei crimini razziali, in modo da sottintendere qualcosa di falso, ossia che vi sia un diretto e necessario collegamento causale, a senso unico oltretutto (l'articolo in questione non lascia spazio a dubbio alcuno) tra tali crimini e referendum e, soprattutto, che l'argomento si risolva interamente in questa faccenda, affinché passi questo messaggio; che i problemi che ci troviamo a scontare -questione migranti- derivano da chi si oppone -questione referendum- al progresso (?) europeo, (d'altronde i belli, buoni e istruiti avevano votato remain, giusto? http://www.huffingtonpost.it/brexit-giovani). Così, l'ideale internazionalistico che condurrà l'umanità verso una rinnovata fratellanza all'insegna di una società globalmente intesa frena, tentenna, inciampa.

 

E se fosse proprio questo modello culturale, che ormai stiamo sperimentando da oltre un ventennio e del quale solo ora iniziamo a scontare le derive, a portarci verso tale condizione di insofferenza? Meglio, e se non fosse stato il referendum a fomentare la xenofobia, bensì un ultimo e inaspettato rifiuto del globalismo ad aver portato (e realizzato) questa scissione? Se Calais non fosse un ostacolo, un orrendo incidente di percorso verso un radioso futuro comunitarista, ma un (altrettanto orrendo) estremo manifesto del fallimento delle politiche fintamente cooperativistiche cui abbiamo assistito inermi? D'altronde, questa (2 agosto 2015) è proprio una delle cause, non conseguenze, da situarsi all'origine del referendum, qualcuno pensa che una tale e continuativa tendenza non apporti, nel lungo periodo, più problemi che benefici ad un'economia?

E se la questione migranti non fosse un problema nel senso in cui ci spingono a credere, nella semplicistica ottica che tende a ridurre la legittimità di una posizione separatista o indipendentista a becera ottusità che non permette, in questa determinata congiuntura storica, ai popoli nazionali, sovranazionali, internazionali, globali di unirsi? (ma tranquilli, qualche altra bomba USA in medio-oriente, missione NATO in nord-africa e finalmente il globo non avrà veramente più confini). Ma unirsi in che cosa? Cedere sovranità ulteriori sì, ma in cambio di che cosa?

Ad oggi, da un venticinquennio a questa parte, il complesso mediatico ci ha spacciato l'ideale europeo come un fantomatico momento catartico che ci permettesse, noi, pecorelle smarrite, di espiare le colpe derivanti da corruzioni, interessi, malgoverni. Tale tendenza sembra non essere destinata a finire, la campagna d'opinione (che ha assunto la forma di un vero e proprio terrorismo psicologico) pre e post brexit ne è testimone. Ma cosa accade quando ci si rende conto che la soluzione inizia ad essere il problema?

 

Onde evitare di finire fuori strada, o di spingerci fin troppo oltre possiamo affermare, fortunatamente, che in campo economico vi sono i dati (circostanza che evidentemente sfugge agli analisti di Micromega). Anzi, che l'ambito economico vive di dati. Questi sono i più recenti provenienti dalla Gran Bretagna: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-09-05. Good bye!

 

 

di Riccardo Bianco