I numeri della democrazia

"È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion
fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora."
- W. Churchill

 

 

In questi giorni di assestamento politico risuona uno slogan coniato da un partito correntemente impegnato nell'arena parlamentare. Il motto è il seguente: uno vale uno! Inevitabilmente mi è saltato alla mente l'ammonimento con il quale Eraclito proteggeva i suoi testi dalla profanazione del volgo, riportatoci da Diogene Laerzio, secondo il quale avrebbe intenzionalmente scritto in forma oscura affinché vi si accostassero solo i più capaci. Eraclito stesso scrisse: uno vale per me diecimila, se migliore, e niente la folla.

Ebbene sì, il vecchio dilemma della democrazia affrontato da schiere di autori nel corso della storia, da Erodoto a Polibio, da Tocqueville a Michels passando per Rousseau e Weber.

Il discorso di Pericle agli ateniesi
Il discorso di Pericle agli ateniesi

Posto che al giorno d'oggi mettere in dubbio le fondamenta della democrazia - o almeno l'idea che i più hanno di questa - comporta l'esser trattati alla stregua di nostalgici e reazionari medievali, renderemo questo articolo scevro di qualsivoglia giudizio di valore.

 

L'idea che vuole la democrazia principale fondamento dell'odierno stato di libertà e benessere è, se non completamente, almeno parzialmente errata. Ciò perché per democrazia al giorno d'oggi - pur frutto, certamente, di una corrente di pensiero ed azione ottocentesca ben più articolata di quanto non si creda - altro non intendiamo che una forma di governo, metterla in contrapposizione con il totalitarismo, come una affrettata analisi storica del Novecento rivelerebbe, è un errore meramente procedurale, giacché di autoritario - e, di riflesso, totalitario - si parla in chiave di forme di Stato. Il termine democrazia, che tradurremmo in governo del popolo seguendo una semplicistica interpretazione letterale, significa in realtà governo della maggioranza. Premesso ciò, il vivere democratico ha trovato la sua più alta espressione nella Atene di Pericle, dove i cittadini si riunivano regolarmente nell'Agorà per discutere e deliberare riguardo alla res publica. Per alcuni la democrazia muore proprio lì, ad Atene nel V secolo a.C. , per altri - Rousseau, su tutti - questa non è mai esistita.

Il gran fermento ottocentesco ha fatto sì che un tipo di governo liberal-democratico - più liberale, per la precisione, comunque su base rappresentativa e censitaria - venisse rispolverato, in chiave però moderna; è proprio ascrivibile a tale periodo storico - e alle fondamentali battaglie democratiche, liberali e socialiste - la nascita dello Stato modernamente inteso. Tale affermazione è passata attraverso la catechesi di grandi pensatori quali Kant, Constant, Mill solo per citarne alcuni - quest'ultimo in particolare aveva però espresso le sue preoccupazioni legate ad una tendenza democratica comune, la quale avrebbe spinto la massa verso la mediocrità - . Per analizzare il rapporto che nell'Ottocento intercorse tra tendenza democratica e tendenza liberale dovremmo spendere innumerevoli pagine, ci limiteremo, dunque, a prendere atto del laconico ma esauriente commento con il quale Norberto Bobbio ha esemplificato tale relazione: nec cum te, nec sine te (Liberalismo e democrazia, 1984).

Alexis de Tocqueville, uno dei primi pensatori a sottolineare le possibili degenerazioni dello Stato democratico.
Alexis de Tocqueville, uno dei primi pensatori a sottolineare le possibili degenerazioni dello Stato democratico.

Saltando la parentesi totalitaria europea della prima metà del Novecento, ci ritroviamo alla nascita e al consolidamento, negli anni '60, dello Stato sociale. Questo, basato sul concetto di cittadinanza, eguaglianza sostanziale, Stato assistenziale - o welfare state - e primato del diritto oggettivo, è la risultante delle mediazioni avvenute tra le tre tendenze sopra accennate, democratica, liberale e socialista. Il governo democratico tutelato dalla nostra repubblica si è dovuto fare rappresentativo - non esistono più le poleis di una volta! - e così, in un mare di fraintendimenti ed inattuabilità, si è spento il fervore e la partecipazione necessari ad animare una democrazia.

 

Ipotesi prima. Ammettiamo che di democrazia si possa parlare, con le sole elezioni periodiche e referendum sporadici il popolo, la maggioranza di esso, detiene la sovranità, facendo sì che lo Stato agisca secondo quella volontà generale tanto invocata da Rousseau. Un contemporaneo di quest'ultimo, che risponde al nome di Montesquieu, aveva notato come il requisito di cui uno Stato democratico non può mancare sia quello dell'istruzione. Il popolo, detentore della sovranità, non potrà agire correttamente se ignorante. Abbastanza elementare ma non così scontanto quanto si possa credere. Nell'antica Roma vi erano i censori che erano incaricati, tra le altre cose, della cura morum; intervenivano, cioè, quando constatavano che l'opinione pubblica fosse corrotta, al fine di ristabilire l'ordine sociale e dei costumi. Arduo, direte voi, trattare questi temi immersi come siamo in uno Stato che non fa nulla affinché ciò non avvenga, spingendo, anzi, affinché tali costumi si corrompano e vengano meno. Il popolo - anche in questo caso, la maggior parte - è profondamente ignorante e livellato; l'accezione negativa con la quale si utilizza il termine massa rende perfettamente l'idea.

 

Ipotesi seconda. Non viviamo in uno Stato democratico. La partecipazione effettiva concessa ai cittadini è insufficiente ed elusiva; la classe politica non rappresenta il popolo - o meglio, il popolo credendo di scegliere un candidato sceglie invero un'organizzazione con fini suoi propri - , si tratta di oligarchie che ruotano, simulando dispute quotidiane e spartendosi vittorie e sconfitte ad ogni contesa elettorale. La democrazia è mera apparenza perché, seguendo in questa ipotesi la tesi di Roberto Michels, l'articolazione statale altamente burocratica necessita di organizzazione, l'organizzazione pretende una leadership che si trasforma in casta, quest'ultima, per finire, forma un governo oligarchico - a questo punto non sarebbe preferibile un governo aristocratico basato non sul censo ma sulle reali capacità dei singoli? Polibio stesso, trattando l'anaciclosi, aveva evidenziato come l'oligarchia altro non fosse che la forma degenerata dell'aristocrazia - . 

 

Svariati autori si sono soffermati su tale argomento, rendendo il panorama saggistico-politico degli ultimi due secoli colmo di interpretazioni - di soluzioni un po' meno, anche se probabilmente queste hanno semplicemente fatto meno rumore - , trattarlo a fondo significherebbe dilungarsi a dismisura, influirebbe soprattutto la bellezza ed il coinvolgimento suscitato da tale materia. Ma, per concludere degnamente, in ultima istanza citeremo il cosiddetto paradosso della democrazia, ad opera del sociologo americano Daniel Bell, il quale ha formulato una semplice ma pungente tesi secondo la quale la democrazia si diffonde in tutto il mondo, ma al contempo crescono l'insoddisfazione e l'indifferenza dei popoli nei confronti di tale forma di governo.

Che la democrazia digitale - nuovo panorama diretto e partecipativo o formula alienante e semplicistica? - sia realmente la soluzione definitiva, con la quale ci libereremo finalmente dai germi contenuti nel censo e nella rappresentanza? Ai posteri l'ardua sentenza.

 

 

A cura di Riccardo Bianco

 


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