Garantisti contro giustizialisti, risponde Montesquieu

Non ci sono più i dibattiti di una volta, verrebbe da dire non senza una punta di malinconia. Osservando la deriva moderna in materia di dispute teoretiche - l'impiego di un linguaggio elevato è d'obbligo se si tenta di nobilitare una questione ormai di allarmante povertà - , non può che sorgere una amara considerazione riguardante la funzione del dialogo. Lo strumento letterario per eccellenza impiegato con l'intento di esemplificare il confronto tra due opinioni spesso contrastanti - di modo che ne possa nascere una terza proprio mediante il discorso, come gli stessi termini dià e lògos ci suggeriscono - soffre di indicibili mali dovuti alla frammentazione comunicativa contemporanea.

Può così accadere che chi fosse malauguratamente interessato a seguire un dibattito su temi d'attualità debba barcamenarsi a fatica tra varie fonti e mezzi di informazione, comunicati stampa, ospitate televisive e social network. Dopo aver collezionato tutti i tasselli necessari può finalmente iniziare a completare il puzzle assemblando questo insieme di dichiarazioni a prima vista estemporanee ed autoreferenziali, ma che in realtà vanno ad inserirsi in un quadro più ampio cui ci siamo già riferiti usando il termine dialogo - fortuna che ai tempi di Platone tale pratica era impensabile, sarebbero stati guai seri per i classicisti di oggi - .

Segue una breve cronistoria degli ultimi giorni sul mai sopito italianissimo dibattito tra garantisti e giustizialisti, in queste ultime settimane inaspritosi a causa delle innumerevoli inchieste giudiziarie passate in primo piano, oltre che dalla proposta di rafforzare la legge Vassalli - in tema di responabilità civile dei magistrati - , in parte avallata dal ministro della giustizia Orlando.

 

  1. Elisa, ospite del parterre di Announo nella puntata del 19 maggio, si rivolge a Travaglio usando l'epiteto di manettaro e accusandolo di vivere sulle disgrazie - NdA, malefatte - della classe politica.
  2. Travaglio il giustizialista, nella stessa occasione, definisce gargarismo la presunzione di innocenza, principio che postula la non colpevolezza dell'imputato sino alla sentenza definitiva della Corte di Cassazione - NdA, che con le lungaggini giuridiche tipicamente italiane potrebbe arrivare addirittura dopo più di venti anni, come nel caso Dell'Utri, o può permettere ad un rinviato a giudizio per favoreggiamento alla mafia come Cuffaro di concorrere alla presidenza di una Regione nel 2006, salvo poi sopraggiungere la sentenza definitiva -
  3. Puntata di Otto e mezzo dell'11 giugno, questa volta ad affrontare Travaglio c'è Massimo Adinolfi, nei panni del garantista, il quale a margine degli scandali Mose ed Expo sostiene: "chiunque sia stato sui banchi di scuola conosce la storia d'Italia, di scandali ce ne sono stati tanti, Salvemini chiamava Giolitti il ministro della malavita, eppure l'età giolittiana non era l'età della malavita. Pensare che tutto si riduca a malaffare e ladrocinio significa buttare al mare il lavoro degli storici, oltre che quello dei politici." Allontanandosi dalla storia d'Italia e tornando sull'attualità Travaglio, ribadendo il concetto del gargarismo, sostiene che come nessuno lascerebbe i propri figli al vicino accusato di pedofilia, logica vorrebbe che i soldi pubblici non vadano affidati a politici anche solamente accusati di concussione - con tutto il rispetto per la presunzione di innocenza - .
  4. "Non ho mai preso i Radicali come esempio di legalità", questa la frase di Travaglio ad Otto e mezzo che spinge Agenziaradicale l'11 giugno ad emettere un comunicato del quale ci interessa particolarmente - ci torneremo in seguito - la nota conclusiva: " la questione della legalità in Italia si risolve innanzitutto se si mette all’ordine del giorno la questione liberale. Da persone come Travaglio, illiberale autentico, per non dire altro, non ci si può aspettare di certo un contributo valido in tal senso. In data odierna ne abbiamo avuto l’ennesima conferma."
  5. 18 giugno, va alle stampe la prima edizione del quotidiano Il garantista - vedere per credere http://ilgarantista.it/ - . Testata diretta da Piero Sansonetti - ex direttore di Liberazione, giornale di Rifondazione Comunista - che giustamente ci tiene sin da subito a mettere le cose in chiaro con un articolo titolato Il garantismo è di sinistra - e nella confusione identitaria politica odierna possiamo anche bercela - . Sfogliandolo, possiamo leggere Liberate Provenzano! - si, lo stragista - , Giù le mani da Vallanzasca - il noto criminale che in regime di semi-libertà è stato colto ad aver taccheggiato biancheria intima in un supermercato, quindi processato per direttissima - . L'articolo comincia: "Chissà quanti ne fermano ogni giorno, i vigilanti del supermercato Esselunga di viale Umbria a Milano." E prosegue: "forse ne avrebbe pure diritto a non essere più nessuno. A che noi, lo si dimenticasse. Invece, arresto per direttissima e gli hanno tirato furto aggravato, rischia fino a quattro mesi. E il brutto è che il magistrato di sorveglianza ha detto che dovrà pensarci, però, certo è possibile che la semilibertà gliela revochino. Per due mutande." Sansonetti qui si dimentica di citare i quattro ergastoli che Vallanzasca ha sulle spalle, ma non fa niente. Tornando sulla diatriba, lo stesso Sansonetti definisce il giustizialismo "un rigurgito stalinista. E’ da lì che proviene questo metodo. E’ lì che affonda le sua radici."

 

Questo era il puzzle al quale mi riferivo, o almeno una piccola sezione. Ma mi scuso se nell'aprire l'articolo ho parlato di dialoghi scomodando addirittura Platone, per poi elencare una serie di boutade più che di spunti che permettano una riflessione. Se ne dovessi però individuare uno degno di nota lo farei in riferimento al testo in grassetto nella lettera radicale.

 

Dunque, la questione della legalità in relazione alla questione liberale, con un rapporto inversamente proporzionale: al crescere della prima, viene ridotto lo spazio della seconda. E' veramente questo il rapporto tra i due pilastri sui quali è costruito lo Stato moderno, o è possibile pensarla differentemente cercando di far coesistere leggi e libertà? Ad un primo sguardo potrebbe sembrare proprio così, le leggi sono delle imposizioni che dall'alto, - come fossero un male necessario - si dispiegano sulla società; ma c'è stato un pensatore settecentesco a sostenere il contrario, ed è a lui che affido il mio pensiero al riguardo. Mi riferisco a Montesquieu ed in particolare ad un passo dell'opera Lo spirito delle leggi, 1748.

 

"Ognuno ha definito libertà il tipo di governo che era conforme ai suoi costumi o alle sue inclinazioni. Dal momento che, nelle democrazie, il popolo sembrava fare più o meno quello che voleva, si è posta la libertà in questa forma di governo, e si è confuso il potere del popolo con la libertà del popolo [...] ma la libertà politica non consiste affatto nel fare quello che si vuole. La libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono; e, se un cittadino potesse fare ciò che esse proibiscono, non ci sarebbe più libertà, perché tutti gli altri avrebbero anch'essi questo potere."

 

Lo spirito delle leggi - I volume, XI libro

 

 

La legge dunque postulerebbe non una limitazione ma una libertà, configurandosi come il vero potere di un popolo anziché una delegittimazione del potere stesso. Montesquieu stesso - considerato uno dei padri del pensiero liberale - previde una deriva che avrebbe preso sempre più piede col passare degli anni, la tendenza alla sovrapposizione delle accezioni del termine libertà, quali libertà politica - ed economica, sociale, di pensiero... - e libertà in quanto libero arbitrio. Un grave errore di valutazione che oggi giorno può indurre a scagliarci contro gli strenui Catoni, dimenticandoci che proprio nella forza delle leggi risiede la nostra libertà.

Ma in ultima analisi, siamo veramente certi del fatto che la nostra società abbia raggiunto un grado di maturità tale da permetterci di far a meno dei cosiddetti giustizialisti?

 

 

a cura di Riccardo Bianco