Lo straniero - Albert Camus

 

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall'ospizio: "Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti." Questo non dice nulla: è stato forse ieri. [...] Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l'aria contenta. Gli ho persino detto: "Non è colpa mia." Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo.

 

Questo il crudo e straniante incipit de Lo straniero, breve romanzo pubblicato nel 1942 da Albert Camus. Scrittore esistenzialista anche se mai esplicitamente - forse a causa dell'aspra e duratura polemica con Sartre - e Premio Nobel per la letteratura nel 1957.

Alla base della sua produzione letteraria - Lo straniero costituisce infatti il primo romanzo dello scrittore francoalgerino - vi è il tema dell'assurdo, uno tra i rami più fecondi della letteratura novecentesca; l'impossibilità di giungere ad una qualche forma di conoscenza, seppur relativa, riguardo al tema dell'esistenza umana ci relega ad uno stato di costante ed inespugnabile alienazione. Una prigionia senza sbarre, come quella che metaforicamente attanaglia Meursault, il nostro asettico protagonista, in tutte le circostanze che la vita gli pone di fronte.

 

La nausea descritta da Sartre diviene ora indifferenza verso il mondo, mancanza di senso ed inesorabile caduta; le relazioni umane e la fratellanza - solidarietà, il termine che meglio descrive la concezione di Camus - potrebbero configurarsi come l'unica àncora concessa all'umanità per evitare di soccombere sotto il peso dell'esistenza - Schopenhauer e Leopardi erano stati i primi ad evidenziare il concetto - ma, giungendo Camus solo in seguito a tale rimedio, ne Lo straniero le poche relazioni che compaiono sono sottoposte allo stesso alienante regime di cui sopra.

Esemplare è il brano in cui Marie chiede a Meursault se abbia desiderio di sposarla. Non lo so, la risposta di Meursault. Questa allora gli chiede se l'ama e ancora una volta Meursault le risponde che non significa nulla, che non ha importanza. Aggiungendo alla fine, comunque, di non amarla.

 

Quello che dopo una descrizione sommaria può sembrare semplicemente un povero disadattato, insensibile ed indifferente, in realtà nasconde dentro di sé una realtà ben più vasta che Camus ha cura di delineare con situazioni spesso crude, ma lasciando al lettore il compito di porsi, scegliendo tempi e modi, nella testa del protagonista. Mersault non è un mostro, sarebbe bello poter sostenere il contrario, neanche quando il racconto raggiunge il suo apice ed il protagonista compie il più vile e tragico dei gesti, l'omicidio - gesto immortalato da una descrizione meravigliosa quanto agghiacciante, tra le pagine più belle che la letteratura contemporanea abbia ricevuto in dono.

 

Ma più che un omicidio, nella testa di Camus e nella sorte di Mersault, il gesto compiuto dal protagonista rappresenterà un suicidio. E' la tendenza autodistruttiva propria di chi è estraneo alla vita ad avere il sopravvento, spingendo questi verso un cupio dissolvi di esito scontato. Infatti pur non comprendendo le leggi della natura, pur sentendosi alieni da esse, da queste è governato il mondo e disubbidirvi significa scontarne le conseguenze. Questa, la legge universale che la natura applica indistintamente. Chi da questa congenita mancanza di discernimento trae il proprio dolore metafisico è destinato a lasciare il mondo, poiché la sua sfida si trasformerà automaticamente, presto o tardi, in sconfitta.

 

Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.¹

 

A cura di Riccardo Bianco

 

¹da Il mito di Sisifo, 1942

 


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