Le pareti della solitudine - Tahar Ben Jelloun

 

“Sono venuto, siamo venuti, per guadagnarci da vivere, per salvaguardare la nostra morte, guadagnare il futuro dei nostri figli, l’avvenire dei nostri anni già stanchi, guadagnarci una posterità che non ci faccia vergognare. Il tuo paese non lo conoscevo. E’ un’immagine, una tazza d’incenso, un miraggio, credo, ma senza sole. Il mio paese, i tuoi padroni  lo conoscono bene. Ne hanno coltivato la terra, la migliore, la più fertile: e anche quando la terra opponeva resistenza, quando l’albero resisteva, con metodo, con calma, cominciavano a praticarvi una ferita.”

 

 

Da qualche parte, nella città,ci sono uomini che vivono, o forse diresti esistono, di nascosto. Nascondono a se stessi e agli altri la loro solitudine, soprattutto perché qui sono loro stessi gli Altri, i diversi, quelli che "son troppi, non se ne può più". Quelli che arrivano da lontano, montati sulla scialuppa della disperazione, alla ricerca di quell’altrove che possa essere salvezza per sempre e che invece sempre si rivela una visione che sfuma.
E’ su questi uomini che lo scrittore indirizza la luce per un po’, mostrandone i desideri e le passioni più intime con garbo e gentilezza poetica, forse perché proprio Ben Jelloun, originario del Marocco ed emigrato nel ’71 in Francia, sa cosa vuol dire essere un ospite indesiderato.Dopo aver lavorato per anni in un consultorio per immigrati nordafricani, dopo aver a lungo conversato con le sofferenze che legano gli immigrati alla loro terra natia e al sogno in disfacimento che è il loro punto di approdo, prende corpo questo romanzo, che è un completo artificio stilistico, ma che sapientemente descrive il disagio della diversità.

Del protagonista, ciò che sappiamo davvero è che è un uomo solo, in lotta con le normali pulsioni che non riesce a sfogare in maniera umana perché questo, no, non gli è permesso. Conosciamo il suo giaciglio, un baule in cui riversa i suoi desideri e le sue ambizioni, i ricordi di una vita passata ed i vagheggiamenti di un futuro sempre troppo lontano, unico momento di riposo dal lavoro in officina. Conosciamo l’immagine di una donna che si porta dentro, che vive in lui così che non possa mai perderla, donna alla quale confida tutto. Il dolore, lo sdegno, l’intransigenza per ciò che accade a quelli come lui, che hanno voluto e dovuto lasciarsi alle spalle le radici di una terra che è madre straziata per seguire una chimera, che per quanto sia stata traditrice, si prospettava sempre migliore di quanto avuto in precedenza.

Vale la pena conoscerli, questi uomini, e questo libro permette di aprire un oblò sulle loro vite interiori. Perché di uomini si tratta, non bisogna dimenticarlo, ogni volta che essi diventano un capro espiatorio per qualsivoglia azione illecita venga commessa. Vale la pena avvicinarli ed abbracciarli, sostenerli ed integrarli, per aprire una breccia nella parete che li relega nella solitudine e nell’indifferenza altrui, un sentimento mai sopito insieme all’ancor peggiore disprezzo. Soprattutto, vale la pena adoperarsi per restituire loro una terra, la nuova o l’originaria, che sia davvero sinonimo di casa. 

 

 

A cura di Cristina Seguiti

 

 


Commenti: 0