Le città invisibili - italo calvino

 

"Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d'avere: l'estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t'aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti."

 

 

Le città invisibili (1972), assieme a Se una notte d'inverno un viaggiatore (1979), è certamente l'opera più ardita e sperimentale dello scrittore ligure, che già sul finire degli anni '60 aveva abbandonato il filone fantastico per abbracciare quello avanguardistico, proprio della letteratura combinatoria.

 

Ed è, infatti, già il primo impatto con la struttura del romanzo a suggerire al lettore la peculiarità dell'opera, che ne fa un vero e proprio unicum della letteratura italiana: i 9 capitoli, corredati di brevi ma sottili introduzioni ed epiloghi, si suddividono a loro volta in 11 ulteriori categorie - "Le città e la memoria", "Le città e i segni" etc... - che comprendono le descrizioni di 5 città ognuna, sparse lungo l'intero romanzo per un totale di 55 città, il vero e proprio soggetto dell'opera. Ciò fa sì che la lettura del libro, eccezion fatta per le brevi cornici che aprono e chiudono ogni capitolo, risulti essere orizzontale e suscettibile a qualsivoglia ordine o disposizione che il lettore voglia impartirvi.

Proprio la costante ricerca di un ordine impossibile fa da eco in tutte le descrizioni delle città invisibili che Calvino tesse minuziosamente, ora pittore surrealista ora architetto barocco, curandosi solo che la fantasia superi sempre la realtà, affinché questa possa essere messa a nudo rivelando la reale struttura metafisica del mondo.

 

La vicenda che apre e chiude i brevi capitoli è quella di Marco Polo e del suo viaggio ai confini della terra: l'imperatore d'oriente Kublai Khan interroga il viaggiatore veneziano sulla geografia del suo immenso impero, che egli mai ha potuto conoscere, ed in ragione dei lunghi viaggi dell'ospite gli domanda di descrivere le innumerevoli città che gli appartengono, e la gente che le abita, i suoi sudditi, che chiuso nel palazzo reale mai ha potuto guardare in faccia.

Da tale incipit seguono i racconti fantastici di Marco Polo, il quale non porrà alcuna attenzione alla verosimiglianza della narrazione, descrivendo città che vivendo nella sua fantasia - ma, più probabilmente nella fantasia di chiunque - meglio assolvono al compito di descrivere all'imperatore le emozioni che si provano viaggiando per la sconfinata regione e visitando le invisibili, ed impossibili, città dalle quali è popolata.

 

Ad esempio, prende così vita Isidora, città dei sogni, alla quale però un ipotetico viaggiatore giunge in tarda età e non può far altro che poggiarsi rassegnato al muretto dei vecchi, ricordando gli svaniti desideri di gioventù; Valdrada, la città costruita sugli argini di un lago affinché la sua immagine speculare, e quella di tutti gli abitanti che la affollano, dia vita ad una seconda città gemella, viva anch'essa pur se indissolubilmente legata a quella che si staglia sulle acque, al punto che non è possibile ridire quale delle due sia l'originale. E, ancora, città che ne nascondono altre al proprio interno, città sospese tra il cielo e la terra e città benedette dagli astri, che celano però al proprio interno mostri urlanti e uomini deformi.

 

Nell'esplorare la geografia fantastica che Marco illustra a Kublai, il viaggio che sembra delinearsi all'orizzonte diviene sempre più intimo e aspaziale; l'intento non è quello di descrivere la semplice fisicità delle 55 città che popolano il romanzo - seppure la raffinata prosa di Calvino assolva alla perfezione a tale compito - , piuttosto quello di descrivere 55 possibili stati d'animo di qualunque lettore, di qualunque persona, che a provocarli siano una vista o un rumore, la routine della vita quotidiana o un viaggio che ci proietta in un luogo lontano e sconosciuto; perché viaggiare per le città invisibili guidati dall'abile narrazione di Calvino significa esplorare mondi impossibili animati da sentimenti comuni, che più volte proviamo pur non riuscendo razionalmente a dargli un nome. La fantasia e l'immaginazione proprie di un mondo fantastico, invece, esemplificano la realtà e, investigandola, ci permettono di toccare con mano quanto di più immateriale vi possa essere: il disegno, se ve ne è uno, che regola le nostre esistenze, o il nostro volere che ci dà forma, giorno dopo giorno, permettendoci di perseguire il nostro scopo ultimo, qualunque e ovunque esso sia.

 

 

"Viaggi per rivivere il tuo passato? – era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata cosí: – Viaggi per ritrovare il tuo futuro? E la risposta di Marco: – L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà."

 

A cura di Riccardo Bianco

 


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