Il vagabondo delle stelle - Jack London

 

“Poveri idioti! Come se il rozzo marchingegno di una forca e di una fune potesse soffocare la mia immortale esistenza! Su questa splendida terra io continuerò a muovere i miei passi, sì, e lo farò mille e mille volte, nella piena integrità del mio corpo, come principe e come contadino, come sapiente e come analfabeta, ora assiso in alto, ora gemente sotto la ruota.”

Ci troviamo nel carcere di San Quentin, in California. Qui, il protagonista Darrell Standing è detenuto per l’omicidio di un collega, il professor Haskel, ed è considerato da tutti come un “incorreggibile”, ovvero un essere altamente pericoloso per gli equilibri del carcere. Inviso a chiunque, soprattutto al direttore del penitenziario, Atherton, dopo essere stato ingiustamente additato come responsabile di un tentativo di evasione, viene condannato alla pena di morte e sistematicamente sottoposto a sevizie e torture nella cella d’isolamento, nella quale subisce la peggiore delle costrizioni fisiche e psicologiche: la camicia di forza. Ma, tuttavia, è proprio a partire da quella coercizione che egli sperimenterà un tipo di libertà mai conosciuto prima, una libertà che supera i confini materiali e spazio-temporali e che gli permetterà di evadere dai limiti imposti tanto dalla prigione di San Quentin, quanto dalla prigione del proprio corpo. Si tratta della piccola morte.

Darrell apprende della piccola morte da Ed Morrell, detenuto insieme a lui e Jake Oppenheimer. Essi, racchiusi nelle segrete del braccio degli assassini, comunicano attraverso un codice davvero singolare, battendo le nocche delle mani sulle pareti comunicanti delle celle, scambiandosi così esperienze, opinioni, consigli, mantenendo per quanto possibile il contatto con una realtà ed un’umanità che, in un’esperienza tanto brutale, sarebbe altrimenti venuta meno.

Ci troviamo nel carcere di San Quentin, in California. In verità, siamo ovunque. Siamo trasportati in un viaggio metafisico e atemporale, nel quale lo Spirito perdura oltre la morte fisica. Darrell potrà così sperimentare altre forme di vita, restando pur sempre se stesso, proprio perché parte di un’umanità non meramente intesa come agglomerato di singoli individui, ma come un tutto unitario. Ogni vita è connessa all’altra in una trama di infinite reincarnazioni e possibilità di essere, le quali aspettano soltanto di prendere forma in un corpo che, tuttavia, è solo temporaneo accessorio della realizzazione umana.

Assai labile si configura allora il confine tra la vita e la morte. Può quest’ultima essere considerata un ostacolo al libero sviluppo della potenzialità umana, oppure si tratta solo di un traghetto verso un diverso espletamento della stessa?
Forse è proprio questo lo scopo della morte: insegnare il rispetto della vita, in qualsiasi forma essa si presenti. Poiché in ogni tempo ed in ogni luogo, nell’infinito grembo del possibile, la casualità potrebbe far sì che chiunque sia ogni uomo.

 

 

A cura di Cristina Seguiti

 

 


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