Che tu sia per me il coltello - David Grossman

 

Myriam,

tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi. A dire il vero ho cercato di non scrivere, sono già due giorni che ci provo, ma adesso mi sono arreso. Ti ho vista l'altro ieri al raduno del liceo. Tu non mi hai notato, stavo in disparte, forse non potevi vedermi. Qualcuno ha pronunciato il tuo nome e alcuni ragazzi ti hanno chiamata "professoressa". Eri con un uomo alto, probabilmente tuo marito. è tutto quello che so di te, ed è forse già troppo. Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita. Vorrei piuttosto che tu accettassi di ricevere delle lettere da me.

 

 

Con queste parole inizia il rapporto epistolare tra Yair e Myriam nel sublime “Che tu sia per me il coltello”, opera di David Grossman datata 1999.

Il titolo è estratto dall’affermazione kafkiana "E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso" ed è proprio a Kafka ed alle sue lettere a Milena che Grossman si ispira per la forma data al suo romanzo: per i 2/3 di esso vengono riportate solo le epistole spedite da Yair, con una scelta stilistica che potrebbe bloccare al di sotto delle cento pagine i lettori meno propensi. Ma, con il procedere della narrazione, chi legge non potrà che essere sempre più travolto dalla cascata di riflessioni introspettive e sentimenti divampanti che caratterizzano il crescendo dell’opera.

Un’opera che è un’ode alla parola: la parola che genera legami (“Volesse il cielo che due estranei vincessero l'estraneità”), la parola che plasma devote compenetrazioni reciproche, la parola che scalpita per diventare carne. Grossman, senza mai sfiorare la banalità, riesce ad instillare consapevolezze con una chiarezza disarmante e, a tratti, bruciante: l’amore, anche il più improbabile e meno palpabile, stravolge il proprio piccolo universo e potrebbe indurre a toccare estremi, positivi o negativi, alieni da ogni razionalità (dignità?). Quest’ultimo aspetto viene affrontato con maestria degna di nota nella narrazione del soggiorno di Yair a Tel Aviv, che rappresenta indubbiamente il tratto di maggior coinvolgimento del libro, con passaggi che, maledetto Grossman!, divorano lo stomaco, bloccano il cuore e fanno macinare pensieri.

“Che tu sia per me il coltello” non è un romanzo leggero, né semplice: richiede attenzione, partecipazione ed una certa sensibilità. Ma non credo di essere mai più riuscita ad equiparare la sensazione di pienezza emozionale provata con questo libro, uno dei pochi ad avermi regalato una visione del mondo realmente più intensa.

 

Quanto sono importanti le parole, il coraggio, la passione, e quant’è illuminante scoprire la loro bellezza senza alcuna retorica.

 

A cura di Giada Arena

 

 


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