Vi veri veniversum vivus vici

 

Ovvero, riflessioni post-lettura de Il Conte di Montecristo.

Esistono storie che, quando vengono raccontate, prendono la sembianza di un pugnale che viene piantato in mezzo al petto ad aprire uno squarcio profondo, dal quale stillerà silenziosamente la più pura empatia verso i fatti narrati. Il Conte di Montecristo è una di queste storie. È probabile che per alcune persone questo titolo sia sinonimo soltanto di un film a puntate con un raccapricciante e goffo Gerard Depardieu come protagonista –forse il meno azzeccato nella storia delle trasposizioni in pellicola di classici della letteratura-, che con ostinazione viene ciclicamente proposto nel palinsesto notturno di Rete4; ancor più probabile è che molte persone, avendo gettato una rapida occhiata tra gli scaffali di una libreria ed avendovi scorto il capolavoro di Alexandre Dumas, abbiano retratto la mano che si apprestava a rivelarne il contenuto, spaventate forse dalla mole delle pagine e col timore di non riuscire a portarne avanti la lettura. Bene, quest’oggi il mio obiettivo è dimostrarvi che il Conte non è uno di quei libri da temere per la sua pesantezza. Le sue pagine scorrono rapide sotto gli occhi del lettore, e come lievemente la barca è sospinta dalle ali dell’Angelo Nocchiero dantesco sino alla spiaggia, così questo è trasportato sino alla conclusione di un romanzo che è un tesoro inestimabile, nel quale tutte le più forti passioni umane trovano uno spazio, dal quale trasudano fierezza, coraggio e, soprattutto, vendetta. Quest’oggi sono qui per smentire tutti quegli intellettuali che considerano il romanzo d’appendice una sottomarca della letteratura, perché il Conte di Montecristo è forse il più bel Bildungsroman mai concepito, nonché fonte inesauribile di curiosità storiche; perché ha dato i natali ad uno dei personaggi più intriganti che siano mai stati inventati, diventando tanto più immenso quanto più ad ogni nuovo capitolo sembra di sentire lo stesso Dumas sorridere, divertirsi e più spesso patire per la piega che le vicende prendono di volta in volta. Un romanzo popolare, “mal scritto”, hanno detto. Io dico che la sua grandezza è proprio questa, ovvero la possibilità di essere letto a più livelli, di potersi fermare ad assaporare la fantastica vitalità dell’intreccio oppure di spogliare pian piano questo fiore profumato di tutti i suoi petali, e quello che vi resterà in mano sarà ancora una volta una sensazione, non tanto una speculazione razionale. Forte ed indescrivibile sensazione di essere diventati anche voi Montecristo.

Andrea Giordana nello sceneggiato RAI "Il Conte di Montecristo", 1966
Andrea Giordana nello sceneggiato RAI "Il Conte di Montecristo", 1966

È di lui che voglio parlarvi, oggi, e voglio farlo servendomi dell’aiuto di un bel film tratto da una graphic novel di Alan Moore, che per molti aspetti si sposa benissimo con il romanzo di cui sopra: V per Vendetta. Accanto alle già ben note e dirette interpretazioni di quest’ultimo –vedi alla voce Anonymous-, esiste un parallelismo sicuramente meno mediatico, ma che a mio avviso merita altrettanta attenzione, tra la vicenda di V e quella di Edmond Dantès. Non a caso, il Conte di Montecristo viene apertamente e ripetutamente citato nel film. Cerchiamo allora di scoprire insieme in che modo i due protagonisti possano essere sovrapposti ed in cosa invece consistano le differenze.

In primo luogo, via alle presentazioni e ad una breve sinossi del romanzo. Edmond Dantès è un ragazzo di diciannove anni, marinaio di umili origini, ma gran conoscitore del suo mestiere. Adorato dal padre e benvoluto da tutti coloro che lo circondano –o almeno, così crede-, sta per sposare la bella catalana Mercedes, che ama di un amore raro e cieco, e sta per essere nominato, giovanissimo, capitano del bastimento Faraone dall’armatore Morrel. Le qualità di Edmond verranno immancabilmente a scontrarsi col vizio capitale dell’invidia, che colpirà per mano di tre persone estremamente vicine al giovane: Caderousse, Danglars e Fernando, i quali, con una falsa accusa e con la complicità del regio procuratore Villefort, faranno imprigionare Edmond nel Castello d’If, fortezza dalla quale egli riuscirà a scappare solo dopo 14 lunghissimi anni di reclusione.
Ma se il titolo del romanzo è il Conte di Montecristo, ciò significa che qualcosa nel nostro protagonista dovrà cambiare. Edmond è un ragazzo limpido ed ingenuo, che si trova a fare i conti con una sfortuna improvvisa della quale non comprende la causa, non potendo il suo buon cuore contemplare che tanta ambizione e malvagità possano provenire da parte di suoi simili. Eccolo, il perseguitato dalla cattiva sorte, quasi un Renzo di manzoniana memoria. Va da sé che un tale personaggio passivo, che subisce il contraccolpo delle perversioni altrui, per quanto delizioso ed amabile, è destinato a soccombere tra le braccia del lettore che, suo malgrado, dovrà prima o poi decidersi a commettere nei suoi confronti un metaforico omicidio. Saranno proprio le mura umide e muffite del Castello d’If –tra le quali nascerà la profonda amicizia di Edmond con lo scienziato Faria, che trasferirà nel ragazzo tutto il suo sapere e gli lascerà in eredità, poco prima di morire, un tesoro da tempo sepolto- le testimoni della venuta di un uomo nuovo che sorge dal buio, il cui spirito è forgiato dalla sofferenza, dalla sapienza, da un’ indomita voglia di vendetta. L’incarnato pallido, per aver troppo a lungo dimenticato la luce ed il calore del sole; gli occhi ridotti a fessure nere e penetranti, abituati al buio, che ora possono distinguere con precisione la tenebra che si cela nell’anima degli uomini; la barba nasconde due labbra sottili che difficilmente, ormai, si piegano in un sorriso sincero. Quest’uomo non è più Dantès, e se ancora conserva qualcosa di lui, è soltanto il suo spettro. La conoscenza lo ha liberato dalle catene della prigionia e lo ha reso emissario in terra della Provvidenza, angelo vendicatore sceso dal cielo per rimettere ogni cosa al suo posto, a cominciare da coloro che si sono arricchiti alle spalle della sua disgrazia. Sono lieta di presentarvi il signor Conte di Montecristo.

Io sono il frutto di quello che mi è stato fatto.

 

E’ dal medesimo germe di rabbia e riscatto che prende corpo la storia di V, anche lui figlio delle sofferenze patite a causa degli esperimenti condotti sui civili nei campi di concentramento ideati da Adam Sutler per la realizzazione di armi biologiche, quelle stesse armi che avrebbero poi ridotto la popolazione al terrore e alla muta accettazione della perdita della libertà in cambio di una falsa protezione. Ciò che rende Montecristo e V così vicini, è innanzitutto il fatto che entrambi sono stati privati della loro identità originaria: Edmond, fuggito di prigione e ormai irriconoscibile tanto agli altri quanto a se stesso, apprende che, su richiesta, potrà avere una copia del suo certificato di morte; di V, addirittura, non conosciamo le vere sembianze fisiche, ma soltanto la maschera che ricopre il suo volto, deturpato a causa dell’incendio verificatosi al campo ed in seguito al quale, sopravvissuto, riuscì a fuggire. Allo smarrimento dell’identità si aggiunge quindi la perdita, per V obbligata, per Montecristo graduale e studiata nei minimi dettagli, dei connotati umani, cosa che finisce per conferire ad entrambi l’opportunità di una rinascita –o, per meglio dire, di una resurrezione-  in un’aura del tutto ultraterrena. Al di là della morale e delle consuetudini sembrano schierarsi anche le azioni compiute dai due protagonisti; essi appaiono la personificazione di una volontà inarrestabile, più forte e più potente di qualsiasi essere si interponga sul loro cammino. Persino la dimora sotterranea di V ci ricorda quella del Conte sull’isola di Montecristo, un paragone facilitato dalla bellissima e particolareggiata descrizione della caverna, che sembra uscita direttamente dalle Mille e una notte, offertaci in dono da Dumas.

La vendetta, abbiamo detto, è la fiamma ardente di V e di Montecristo. Tuttavia, questa viene concepita in maniera molto diversa dai due protagonisti, sebbene entrambi silenzieranno il loro grido di dolore programmando in modo estremamente raffinato l’uccisione di tutti quelli che si macchiarono dei delitti nei loro confronti.
Per Montecristo la vendetta ha un gusto che solo lui può percepire, un gusto quasi sadico, se pensiamo al fatto che egli sta combattendo per la vita che gli è stata tolta e, con essa, per l’amore di Mercedes, senza mai cercare realmente di riavere indietro né l’una né l’altra cosa; questa è una vendetta  del tutto privata, individuale, che il Conte cerca di sublimare affidandone le ragioni ad una punizione provvidenziale che, tuttavia, è creata da lui soltanto, in un puzzle che si incastra alla perfezione sin nel più piccolo tassello. La magnificenza di questo tipo di vendetta, di fronte alla quale il lettore si trova disarmato, è proprio il fatto che un uomo, solo, è stato in grado, grazie alle armi della sua mente, di concepire un disegno che lo ha fatto sedere sul trono di Dio, dal quale non sarebbe più sceso se non per sua volontà. Perché la sua anima, già grande, raggiunge l’apice nel momento in cui riesce a contemplare il perdono.
Quella di V è invece una vendetta che, per espletarsi nel massimo grado, ha bisogno della collaborazione di tutti coloro che sappiano udirne il richiamo. V sa bene che quelle persone che lo hanno privato della sua identità, sono le stesse che hanno dato la morte a centinaia di altri uomini e donne, che hanno ridotto una popolazione al terrore e all’incapacità di sollevarsi. Qui c’è un’intera nazione che deve essere vendicata, è la libertà che deve essere difesa e ristabilita; per assurdo, essa va imposta. Bisogna fare rumore, bisogna essere in tanti. Poco importa chi si nasconda dietro la maschera di Guy Fawkes, se l’idea che ci accomuna, che ci fa stringere e vibrare all’unisono, è la stessa.   

L’odio è cieco, la collera sorda, e colui che vi mesce la vendetta, corre pericolo di bere una bevanda amara.

Disumanizzati a tal punto da aver perso la capacità di amare… O quasi. Quello che per V diventa Evey, amore e proseguimento del suo stesso braccio, per Montecristo è Haydeé, la schiava greca che lo porterà di nuovo a dimorare tra gli esseri capaci di sentire. Morire e vivere nuovamente, forse eternamente, l’uno tra le braccia della bella greca, l’altro in ogni uomo.

Era Edmond Dantès. Ed era mio padre. E mia madre. Mio fratello, un mio amico. Era lei, ero io, era tutti noi.

E se tutto questo ancora non vi basta, proverò a dirvi cosa mi ha insegnato il Conte di Montecristo. Mi ha insegnato a saper aspettare, soffrire, custodire gelosamente i miei segreti e le mie viltà, ché di essi ce ne sono nel cuore di ogni uomo –basta saperli seppellire in un posto lontano dai ricordi. Mi ha insegnato che la vendetta è un sentimento del tutto umano, ma che la giustizia è completamente diversa da essa, che molte volte tarda a giungere, e che forse è propria solo, se ne esistono, degli dei. Mi ha riportato alla mente la sensazione di quando, da bambina, mi mettevo sotto le coperte del letto la sera, in attesa febbrile dell’epilogo di quella favola che, per alimentare la mia curiosità, mia madre faceva in modo di allontanare il più possibile e della quale ancora non saprei dire la fine. E, per ultimo, mi ha insegnato che c’è un’arma potentissima, che nemmeno le catene della prigione possono vincere, che è ad uso e consumo di ogni uomo, che va alimentata giorno dopo giorno, perché è la nostra sola possibilità di riscatto, il tesoro più prezioso che abbiamo: l’intelligenza e, con essa, il sapere.
Con la forza della verità, in vita, ho conquistato l’universo.

 

A cura di Cristina Seguiti



 


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