Thomas Hobbes e lo Stato come Leviatano

...ed in esso, la sovranità è un'anima artificiale... le ricompense e le punizioni sono i nervi... la ricchezza di tutti i singoli membri è la forza; il salus populi - la sicurezza del popolo - è la sua occupazione... l'equità e le leggi sono, per lui, una ragione ed una volontà artificiali... la malattia e la guerra civile sono, invece, la morte.¹



"Non est potestas super terram quae comparetur ei".²

 



Raffigurazione presente nel frontespizio della prima edizione del Leviatano, 1651
Raffigurazione presente nel frontespizio della prima edizione del Leviatano, 1651

1651, Oliver Cromwell regna sull'Inghilterra, da poco repubblica; contemporaneamente comincia a circolare un misterioso libro il cui frontespizio accoglie l'imponente figura di un gigante con uno strano ghigno stampato sul volto. Il suo corpo, che dall'alto svetta su alcune colline e veglia su di una cittadella, è formato da migliaia di piccoli individui; sul capo ha una corona, nella destra impugna una spada mentre a sinistra stringe un bastone pastorale. E, ancora, ivi sono raffigurate una rocca ed una chiesa, una corona ed una tiara, una battaglia ed un concilio.

Cosa ci vuole dire Hobbes, è forse un rebus? Il titolo di questo strano libro ci può aiutare a svelare tale mistero: Leviatano o la materia, la forma e il potere di uno Stato ecclesiastico e civile.

 

Procediamo con ordine: Thomas Hobbes nasce nel 1588 da un parto prematuro; questa informazione assume grande importanza dal momento che egli stesso attribuì a tale episodio il suo carattere pauroso. La madre infatti, pensò Hobbes fantasiosamente, lo partorì prima del tempo poiché allarmata dall'ipotesi che Filippo II di Spagna stesse progettando di sbarcare, con intenti bellici, sulle coste inglesi. Frequentò l'università ma non ne fu molto attratto, partì per il Grand Tour e nell'Europa continentale, specialmente a Parigi, ebbe modo di affinare la propria cultura, particolarmente in materia di fisica, geometria ed algebra.

Veniamo a noi ed al nostro mostro Leviatano, la base su cui verte la filosofia di Hobbes, incentrata sulla concezione di Stato, è fondata sul razionalismo e sul materialismo; altro non è che l'utilizzo di una grande ragione calcolatrice, perfetta sintesi di uno spirito alto e possente ed un cuore pavido e avido di pace per sé e per la sua Inghilterra.

Come altri pensatori dell'epoca, Hobbes parte dalla concezione di condizione naturale dell'uomo. Questa è per il pensatore inglese brutale e degradata; gli istinti e le passioni ci spingono a lottare mediante la potenza per il raggiungimento della Felicità, l'onnipotenza del risultato è ciò che unicamente conta e, dal momento che l'uomo non vive solo, ciò porta a far sì che l'uno tenda a prevaricare sull'altro - Hobbes cita Plauto ed il suo homo homini lupus - . Ma gli uomini, dotati di ragione, possono porre un freno a tale competizione spietata e perpetua; lo fanno legandosi tra di loro grazie ad un foedus - un contratto, vincolo - . Questi si rivolgeranno, dunque, ad una terza persona affinché faccia da garante, tra i contendenti nell'arena, di pace ed eguaglianza delle condizioni. Avrete capito già che tale garante sarà incarnato dallo Stato - dall'uomo artificiale che si sostituisce allo stato naturale dell'umanità -  o, anche, Leviatano.

Il Leviatano è una figura mitologica che Hobbes riprende dal Libro di Giobbe, questi è descritto come un'immonda creatura marina cui ogni altra esistente sulla faccia della Terra è subordinata per forza e potenza. Ecco le caratteristiche dello Stato che Hobbes delinea, le caratteristiche che l'uomo artificiale deve possedere; giacché gli uomini, in virtù del contratto stipulato, hanno trasferito nelle sue mani il diritto naturale assoluto; la volontà dell'uomo artificiale, del Leviatano, si sostituirà alla volontà di tutti gli uomini, rappresentandola al contempo.

 

A questo punto Hobbes si domanda: quale forma è bene che incarni il nostro uomo artificiale? Non ci pensa su poi molto; la monarchia, ovviamente. Ciò perché ogni governante penserà, in larga o minima parte che sia, al proprio personale interesse, e solo nella monarchia interesse del sovrano ed interesse dei governati coincidono. Quanto più il popolo sarà felice, tanto più il sovrano avrà onore, quanto più il popolo sarà ricco, tanto più ricco sarà il sovrano - la ricchezza di tutti i singoli membri è la sua forza; il salus populi la sua occupazione [...] - .

Ritratto di Thomas Hobbes, John Wright
Ritratto di Thomas Hobbes, John Wright

La democrazia ad esempio, osserva giustamente il pensatore inglese, non risponde alle medesime necessità; un governante corrotto potrebbe trarre più benefici in tempo di guerra che in un periodo di pace. Ma, finalmente, si giunge ad un tema tanto caro ai nostri giorni: i diritti concessi al popolo? Quali sono, dal momento che per sua stessa rinuncia si è spogliato della facoltà di giudicare autonomamente su quanto sia Bene e quanto Male? Lamentarsi del sovrano, ci risponde Hobbes, equivale a lamentarci di noi stessi, in virtù di tale scelta che presiede l'atto costitutivo dello Stato. La proprietà stessa è una concessione del Sovrano, e ad esso appartiene.

Ma, insomma, che razza di regime dispotico, tirannico è questo Leviatano che Hobbes tenta di propinarci! No, niente di tutto ciò. Il sovrano è sì absolutus dalle leggi, ma unicamente perché ha il potere di farle e disfarle a suo piacimento; finché non decide di abrogarle, cioè, anch'egli ne è vincolato. Potere assoluto, dunque, non arbitrario. In primo luogo il sovrano deve assicurare ai suoi sudditi ciò per cui è stato creato: la sicurezza. Al tempo stesso deve garantire ai cittadini l'eguaglianza sostanziale di fronte alle leggi, il lavoro, l'istruzione, l'assistenza per gli inabili al lavoro - non è poi così male tale mostro Leviatano, messa su questi temini, no? - . Un ultimo dovere cui l'uomo artificiale non potrà mai mancare: l'essere sempre, costantemente, fortunato - successful - .

Quest'ultima affermazione sintetizza gran parte della mentalità con la quale Hobbes si approccia all'idea del monarca assoluto, che niente ha a che vedere con il diritto di nascita o con un qualche disegno divino-provvidenziale; il compito per il quale gli uomini si sono spogliati della loro libertà, offrendola alle mani di una terza persona, è quello di esser protetti. Se un sovrano dovesse cadere in disgrazia, rovinarsi, venir sconfitto, i sudditi non dovranno far altro che giurare fedeltà, affinché continuino ad esser protetti, al nuovo sovrano - vincitore, glorioso, fortunato - , dunque, al nuovo Leviatano.

Utilitarismo? Si, e dei più semplici. Il principio che tiene in vita lo Stato è l'autorità; persa questa, è perso lo stato.

Infine, Hobbes tratta il tema della religione nello Stato - il Leviatano aveva con sé il pastorale, ricordate? - ; le conclusioni cui giunge sono oramai scontate: compito dell'uomo artificiale è anche quello di essere l'interprete della Chiesa. Nessun fedele deve servire più due padroni - principio dualista cattolico contro il quale si scaglierà anche Rousseau - .

 

Una piccola annotazione; Hobbes non godè di una buona critica tra i contemporanei. Il suo testo venne messo all'indice dai repubblicani e si cercò, come per il Principe di Machiavelli, di occultarlo, temendo che potesse traviare pensatori e uomini politici. Come sovente accade, i risultati a posteriori si rivelano diametralmente opposti; al tempo in cui l'opera di Thomas Hobbes faceva la sua comparsa nei salotti di tutta Europa, un Re era da pochi anni salito sul trono della sua nazione, la Francia, ove sarebbe rimasto per molto tempo ancora. "L'état, c'est moi!". Celebre, tale sua affermazione... Non vi ricorda, forse, l'essenza del nostro caro Leviatano?

 

 

note:

¹ Leviathan or The Matter, Forme and Power of a Common Wealth Ecclesiastical and Civil di Thomas Hobbes, 1651.

² Bibbia, libro di Giobbe [Iob 41 . 24] "Non c'è potenza, sulla terra, che si possa comparare alla sua".

 

Principale fonte critica:

"Le grandi opere del pensiero politico" di Jean-Jacques Chevallier, 1949. Edito da Il mulino, 1998.

 

 

A cura di Riccardo Bianco

 

 


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