Nostos, storia di un eterno ritorno

 

“La grandezza dell’uomo sta nell’essere un ponte e non una meta.”
F.W. Nietzsche

 

 

2001: Odissea nello spazio è il naufragio di un moderno Ulisse alla ricerca della sorgente dell’intelligenza, sia umana che artificiale, della scintilla che rende gli esseri πολύτροποι  –multiformi-. E’ la Storia dell’uomo in 130 minuti, dalla scimmia all’iperspazio; con Stanley Kubrick, questo è possibile.
La maestosità è quella di un poema epico in cui ogni dettaglio è maneggiato con cura e diviene tra le dita del regista fonte di ambiguità interpretativa e discussione, lasciando aperto il dialogo ad una molteplicità non quantificabile di decodificazioni che lo stesso Kubrick ha instillato nella propria pellicola. Come in ogni suo film, la scelta delle musiche riveste un ruolo di primo piano, ma ciò è particolarmente evidente in 2001, dove esse si sostituiscono quasi interamente ai dialoghi, che sono pertanto ridotti al minimo e concentrati in parte del primo atto e nel secondo. Quasi come in un balletto classico, le scene danzano e si sposano in modo superlativo con la musica che le accompagna e che, anzi, va ad impersonare l’etoile timoniere dell’intera rappresentazione,  la quale è costituita da tre atti: Alba dell’uomo, Missione su Giove (18 mesi dopo), Giove e al di là dell’infinito.

Nel primo atto, Kubrick ci riporta alla nostra diretta discendenza dalle scimmie, su una Terra che non conosce ancora la presenza umana né i suoi effetti, dove il tempo scorre senza esser percepito o misurato se non come un’alternanza di luce e buio, perfetti nel loro susseguirsi. I giorni sono tutti uguali, pervasi dalla lotta per la sopravvivenza che già imprime le sue crude leggi. Poi, improvvisamente, arriva un’alba diversa dalle altre. La scimmia si sveglia e trova un enorme monolito nero. La curiosità spinge l’animale ad accerchiare il monolito, a saltellare attorno ad esso, a cercare un contatto diretto e tattile con l’oggetto inquietante e sconosciuto e da quel momento il caso punta i piedi e con prepotenza indica che la scimmia deve assolutamente ed innegabilmente essere l’ospite naturale dell’evoluzione intelligente, che rapida come un fulmine o un’infezione virale si replica e si propaga fino a raggiungere la completa espressione nella scoperta dell’arma. In una delle immagini più conosciute del cinema, accompagnata dalle note di “Also sprach Zarathustra” di Richard Strauss, attraverso la scoperta dell’utilizzo dell’osso di una carogna come arma per cacciare, l’ominide scopre la violenza, il potere, la possibilità di imporre la propria supremazia sulle altre creature, anche sui propri simili, diventando una bestia enorme e delirante, finalmente libera dal timore e proiettata verso la costruzione di un mondo che sia creazione e affermazione del nuovo sé. E’ con la volontà di potenza, che la scimmia si risveglia uomo. 

 

La bestia lancia l’osso verso l’alto e l’arma primordiale si tramuta nella più sofisticata conseguenza di quel processo evolutivo che ebbe il suo inizio molto tempo prima, una nave spaziale diretta verso una grande stazione spaziale ruotante che danza “Sul bel Danubio blu”  di Johann Strauss, realizzando un salto temporale che è come se ci dicesse: “tutto quel che è avvenuto prima di questo è stato noiosamente prevedibile”. Quel che vediamo è l’uomo dipendente dalle armi che lui stesso ha scoperto ed a cui ha dato la vita, le macchine. Sulla nave si trova il dottor Floyd, inviato sulla Luna per una missione segreta riguardante il ritrovamento di un misterioso –indovinate un po’?- monolito nero, identificato come prima prova dell’esistenza di un’intelligenza extraterrestre. Nel momento in cui gli astronauti si avvicinano al monolito e ci ricordano i nostri antenati, l’oggetto emette un potente segnale radio che ci trasporta direttamente al secondo atto.

 

18 mesi dopo la riesumazione del monolito lunare, che inviava il suo segnale verso Giove, viene organizzata una spedizione proprio verso questo pianeta. L’equipaggio è composto dal comandante David Bowman, dal vice Frank Pole, da tre astronauti imbarcati in stato di ibernazione e da un supercomputer della serie HAL 9000, che tiene sotto controllo qualsiasi attività della nave spaziale, nonché le funzioni vitali dei passeggeri ibernati. In realtà, HAL è anche l’unico che conosce il vero scopo della missione (la ricerca di vita extraterrestre), che deve essere tenuta nascosta agli altri membri dell’equipaggio. La dissimulazione genera un conflitto nel “cervello” di HAL, che non riesce più ad espletare correttamente le funzioni per le quali era stato inizialmente programmato e che perde la sua perfezione nel momento in cui diventa essere senziente. Questa volta il salto evolutivo riguarda proprio la macchina, capace ormai di emotività, e si rende manifesto sempre in concomitanza di qualcosa che minaccia la sopravvivenza del soggetto: infatti, come David e Frank si rendono conto dell’anomalia di sistema di HAL e decidono di scollegarlo, il computer reagisce in modo orgoglioso e vendicativo, uccidendo Frank ed i membri ibernati dell’equipaggio. Soltanto David riuscirà a salvarsi e, nel tentativo di scollegare HAL, verrà a conoscenza della vera entità della missione.

 

Il terzo ed ultimo atto vede David, ormai prossimo a Giove, scaraventato con la sua capsula in un viaggio psichedelico oltre lo spazio ed il tempo, alla fine del quale approda, senza alcun nesso apparente, in una stanza arredata in stile impero, forse su Giove stesso, forse ormai svincolato da qualsiasi regola dimensionale. Qui David riesce a sovrapporsi a se stesso nelle sue differenti età ed ha la possibilità di vedersi invecchiare e morire, solo, in un letto, additando quel motore primo dell’evoluzione che, in un modo o nell’altro, ha fatto in modo che egli arrivasse lì: il monolito. Il cerchio dell’Urobòros è chiuso ed il monolito, che ha elevato l’uomo dalla sua condizione di bestia primitiva ad essere razionale, conferendogli le stesse armi –scienza, verità, progresso e religione- che hanno portato alla sua autodistruzione, diviene stavolta il nume tutelare sotto il quale avrà vita l’Oltreuomo, il Bambino delle stelle.

Le righe che avete appena letto sono soltanto un pallido resoconto della pienezza e, lo ammetto, della pesantezza del film. Con questa pellicola, Stanley Kubrick si è guadagnato un posto d’onore nel cuore della maggior parte degli appassionati del genere fantascientifico: infatti, nonostante sia datato 1968, il film ha il pregio di essere sempre verosimile nella presentazione della vita nello spazio. Ma non è tanto per questo che si resta colpiti, quanto per l’esperienza sonora e visiva “simil-pinkfloydiana” che regala, nonché per gli innumerevoli spunti di riflessione proposti. Certo è, in ogni momento in cui sia possibile coglierlo, partendo dalla colonna sonora, proseguendo con l’andamento ciclico del film e terminando con la nascita della nuova umanità,  il riferimento alla filosofia di Nietzsche e a temi quali l’eterno ritorno, l’Oltreuomo e la volontà di potenza.
Tra le tante domande irrisolte, una tra tutte: che cos’è il monolito? Cosa simboleggia? Forse un dio creatore, nel quale l’uomo ha bisogno di rifugiarsi e cullarsi. Forse la testimonianza di una forma di vita aliena, nella quale l’uomo immancabilmente spera, per poter condividere con qualcuno la solitaria condanna di essere tormentato dal passato e di attendere bramosamente il futuro. Forse la venuta di un profeta come Zarathustra, che indica il percorso verso il mondo nuovo. Forse è l’emblema del progresso, verso il quale tutte le umane passioni e attitudini tendono. O, forse, il monolito è più semplicemente il caso, l’elemento perennemente fuori contesto, l’errore che non ti aspetti di trovare, che sta ritto ed imperscrutabilmente nero davanti alle sue creature, gli dona le più inattese scoperte e con esse la conoscenza, la vita e la morte, nell’eterno ritorno dell’uguale, dal quale nascerà il Bambino delle stelle, colui che darà origine alla nuova umanità, che crea e gioca con la realtà e la vuole eternamente così come è.

Mettetevi comodi e godetevi questo capolavoro della cinematografia, con la consapevolezza che se avete domande esistenziali che vi tartassano la mente, alla fine del film esse si moltiplicheranno.

 

 

A cura di Cristina Seguiti


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