Nel limbo del disperso

 

Alzati, Shepard.
E’ colpa tua questo disastro. E’ colpa di Kate, di Sawyer, di Locke, di tutti voi. Che ci fa un chirurgo incravattato disteso inerme in un campo di bambù? Sappi che ti è stata data una seconda occasione. Alzati, o resterai lì per sempre. Nulla di tutto questo ti è mai stato familiare: la casa, il divano, la tv via cavo, nemmeno tuo figlio coi suoi enormi occhi blu, proprio identici ai tuoi. Non è roba per te, Jack. Sul tappeto, nel salotto, la bara di tuo padre. Oserai piangerlo questa volta? Oserai mai concedergli la stessa opportunità che a te è stata data?


Non morti, non più vivi. Imprigionati in un limbo, sia esso punitivo o risolutivo per le colpe commesse e per quelle di cui ci saremmo volentieri macchiati. Un’esistenza che si svolge tutta in un’area di non-appartenenza, che tutto sommato è decisamente migliore di come l’avevi immaginata, ancor più di come l’avresti vissuta se la responsabilità fosse stata tua. Ma sta attento, perché non ti appartiene.  Tuo è solo questo stato di perpetua prigionia in cui l’inettitudine dell’animo umano si getta e sprofonda in un accorato, sconsolato e rassegnato non volere.
Sballottati dalla forza centrifuga del cieco destino, come Pilato si lavò le mani della condanna di Cristo e rese l’acqua torbida del suo sangue, tale è la condizione del limbo tra l’attimo della resa e quello della scelta, questo limbo che è un bagno d’ignavia, questo limbo che è alleggerirsi il cuore da un peso troppo gravoso, quello dello smascheramento. Ogni mattina il tuo personale purgatorio, al quale, instancabile architetto, hai lavorato dal giorno in cui sei venuto al mondo, si snoda e si ricompone davanti ai tuoi occhi.
E, automi impazziti, imploriamo la Storia perché essa decida per noi. Una Storia divinizzata e disumanizzata, stele di Rosetta dalle molteplici lingue codificanti lo stesso fallace imperativo dello stadio estetico:
 
Fuge te ipsum!

Fermo immagine dalla serie tv Lost in cui Hugo stringe tra le mani "Timore e tremore" di Soren Kierkegaard
Fermo immagine dalla serie tv Lost in cui Hugo stringe tra le mani "Timore e tremore" di Soren Kierkegaard

Ovvero, non scegliere mai, non aspirare mai alla libertà, ché essa è un’inutile quanto deleteria presunzione. E’ in una realtà senza il coraggio della libertà di scelta che si dipana la matassa del destino, il miraggio di un’isola verdeggiante per un naufrago sperduto nel Pacifico, una sorta di nolontà nel cui grembo ci si rifugia per mettere a tacere una coscienza sempre scalpitante, che vorrebbe lanciarsi ad uno stadio nuovo, più consapevole, più degno dell’elemento umano.
Il fatto curioso è che quella stessa isola che ti renderà schiavo, nolente, non individuabile dalla terraferma, sarà proprio l’isola che ti salverà o che, almeno, ti renderà degno ti essere salvato, nel momento stesso in cui consegnerà all’oblio tutto ciò che ti aveva regalato. Sarai solo; si è sempre soli, nell’istante della scelta. Ma se sceglierai di volere, il tappo del destino salterà e l’isola ti riconsegnerà a te stesso.
Viaggio temporale che ti riporta alla realtà in cui tutto è possibile, in cui tutto è ancora da decidere. Quella realtà dove non è il divano, né la tv via cavo che ti tengono ancorato a terra, bensì gli occhi di quella donna che tanto hai amato, che tanto hai desiderato, che sarà tua solo quando ti basterai, quando sceglierai te stesso. E’ qui che per ogni bivio infiniti universi hanno origine e si somigliano solo in prossimità della notte più lunga che dovremo affrontare, quella che, nonostante ce ne siano state di terribilmente scure, ancora deve arrivare, l’unica che non potremo mai raccontare. La libertà è differente dal pensiero, che non contempla il contrario se non in un movimento di dialettica hegeliana; per la libertà, che è il luogo della scelta, il contrario esiste: scegliere è assumersi la responsabilità che la vita contempla al suo polo opposto la morte e farsene una ragione.
E’ così che si può volere, agire, amare, odiare, perdonare, morire.
Il resto è solo destino, figlio unigenito del libero arbitrio.

 

 

A cura di Cristina Seguiti

 

Riferimenti:

  • Lost, serie tv, ABC 2004-2010
  • Aut-Aut, Soren Kierkegaard, 1843

 

 


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