“Her”, o come un giorno ameremo senza corpo

 

Her”, ultima creatura del visionario regista Spike Jonze, è un’opera di rara bellezza che spinge la riflessione dello spettatore ben oltre la pura cinematografia.
Ambientata in un futuro non troppo lontano, racconta il legame romantico tra Theodore ed il suo OS (Operating System) Samantha, autentica intelligenza artificiale caratterizzata dalla capacità di conversare, apprendere ed interagire a 360°.

Oltre all’indubbia qualità artistica del film, che vede l’ennesima interpretazione magistrale di Joaquin Phoenix intrecciarsi con la voce di Scarlett Johansson, a colpire è la straordinaria credibilità del tutto: la relazione tra Theodore e Samantha, uomo e macchina, è inusuale, ma non del tutto percepita come assurda dallo spettatore.

Com’è possibile?

La relazioni prive di corporeità iniziano a normalizzarsi e diventare sempre più comuni con la graduale diffusione dei servizi di messaggistica istantanea. Chat e messengers si distinguono dagli scambi epistolari ottocenteschi per la loro natura virtuale e connessa, che permette ad individui lontani migliaia di chilometri di entrare in contatto e dialogare in tempo reale: è possibile creare una sfera condivisa, confidenziale ed intima all’interno della quale non si esclude la nascita di sentimenti forti, così forti da riuscire a fare a meno di fisicità e sessualità. La tecnologia e la sua dimensione online consentono una costruzione semiotica della corporeità e si dà per scontata l’esistenza di un corpo mai visto, toccato o annusato.

Nel frattempo, iniziano a fare la loro apparizione i chatterbot, applicazioni accessibili a tutti che, grazie al riconoscimento delle affermazioni dell’utente ed alla consultazione di un database, permettono una vera, seppur elementare, conversazione con un’intelligenza artificiale: impossibile non essersi imbattuti almeno una volta in Doretta, “ricercatrice” di Msn Messenger, o nel più sofisticato (ed ancora attivo) Cleverbot. Quest’ultimo, nel 2011, ha superato un test di Turing, elaborato nel 1950 per individuare macchine intelligenti: Turing, uno dei padri dell’informatica, intendeva con questa definizione sistemi in grado di concatenare idee ed esprimerle, producendo espressioni dotate di significato.

Palese evoluzione dei chatterbot è rappresentato da Siri, software basato sul riconoscimento vocale inserito nei modelli più recenti di iPhone, con il quale ci avviciniamo notevolmente all’OS ipotizzato da Spike Jonze. Il rapporto dell’utente con Siri viene reso ancora più intenso dalla nostra sempre maggiore morbosità nei confronti degli smartphone, ormai vera e propria appendice del corpo umano (come in parte profetizzato da un altro grande regista, David Cronenberg) ed inseparabili compagni di vita.

 

 

Alla luce di tutto ciò, riuscireste a scommettere un solo euro sulla totale improbabilità futura di una relazione come quella tra Theodore e Samantha? Io no, anzi, sono quasi certa che le cose si evolveranno esattamente in questo modo: nelle nostre individualità connesse facciamo sempre più a meno del corpo e del contatto reale, mentre la tecnologia si evolve, arricchendosi costantemente di elementi intelligenti ed interattivi dei quali dubito che riusciremo a fare a meno.

 

Ci innamoreremo di un OS senza neanche accorgercene e nasceranno relazioni impalpabili, deliziosamente poetiche e socialmente accettate; si potrebbe addirittura immaginare un mondo idiliaco, ipertecnologico ed interconnesso, in cui non esisterà più la solitudine.

 

(E se questo articolo fosse stato scritto da un’intelligenza artificiale?)

 

 

A cura di Giada Arena

 

 

 


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