Ernst Jünger: il destino tragico della Tecnica

Ernst Jünger (1895-1998)
Ernst Jünger (1895-1998)

Per comprendere a fondo il pensiero di quella corrente filosofica che risponde al nome di "pensatori della crisi" o "critici della modernità", dei quali Ernst Jünger (1895-1998) rappresenta uno dei massimi esponenti, bisogna partire dall'analisi dei fattori storici e sociali che incanalarono tali pensatori verso una netta e radicale critica del mondo contemporaneo. L'Ottocento, da pochi decenni alle spalle, era stato il secolo in cui le grandi masse proletarie avevano fatto irruzione nella storia, foriere delle controverse e temute dottrine socialiste, altresì aveva visto l'affermazione del credo liberale e di quello democratico, sotto i colpi dei quali si erano piegati i più grandi Stati del tempo, il capitalismo industriale aveva poi uniformato ed organizzato, secondo il vangelo taylorista, il lavoro, e la fabbrica sarebbe divenuta il cuore pulsante di ogni nazione, il luogo simbolo di un'intera epoca.

Era giunta poi la Grande Guerra, e l'uomo si era reso conto per la prima volta di cosa significasse veramente la Tecnica e quanta potenza distruttiva, qualora non vi si fosse posto rimedio, serbasse al suo interno.

 

Negli anni che vanno, dunque, dal termine della Prima all'inizio della Seconda Guerra Mondiale, un gruppo disomogeneo di pensatori, riconducibile in parte alla Scuola di Francoforte e agli esponenti della rivoluzione conservatrice, mise a punto diversi pensieri e correnti filosofiche, partendo da una base comune: il destino tragico in cui l'uomo è incappato nell'era in cui la Tecnica ha cessato di essere un mezzo, divenendo un fine a sé.

 

A questo destino tragico si unisce la netta rinuncia a qualsiasi forma di interpretazione razionalistica (dunque, secondo un principio di ragione) o dialettica (progressiva, che premette ad una fase in cui verrà superata) della realtà. La violenza, il disordine sono le categorie che comprendono il mondo moderno, e non esiste più ordine alcuno che non sia prodotto attraverso il conflitto, l'unico motore dell'età della Tecnica.

 

La Tecnica, indiscutibilmente figlia del positivismo scientifico e della rivoluzione industriale, nel XX secolo cessa di essere un mezzo sfruttato dall'uomo, si trasforma in un soggetto a parte, impone le proprie logiche alla società borghese che crede di sfruttarlo ma, viceversa, viene sfruttata dal frutto più alto del suo progresso.

Le circostanze storiche e le influenze più importanti di questi pensatori provengono da Nietzsche, dalla partecipazione alla Guerra Mondiale - Jünger combatté sul fronte occidentale - , dall'umiliazione inferta dalla Pace di Versailles e dalla critica alla Repubblica di Weimar. Insomma, molti fondamenti nei quali il Nazismo ha fondato le proprie radici - Jünger negli anni Trenta ripudierà le violenze di Hitler, Heidegger al contrario, altro esponente di tale corrente, si schiererà tra i favorevoli al regime totalitario, scorgendo nel Terzo Reich la possibilità di salvezza e redenzione umana - .

 

Francobollo commemorativo della morte di Ernst Jünger
Francobollo commemorativo della morte di Ernst Jünger

Nel saggio La mobilitazione totale (1930) Jünger delinea il ritratto delle nuove guerre, che nulla hanno a che vedere con quelle ottocentesche. La guerra moderna è strettamente dipendente dalla produzione industriale, e per inverso, la produzione industriale è finalizzata alla guerra. Dunque, la produzione per la distruzione. La mobilitazione totale è dunque l'impossibilità di distinguere tra politico - che muove guerra - , e sociale - che produce mediante la tecnica - , tra pace e guerra, tra ordine e caos. La pace, in questa logica, è solo il momento in cui lo Stato si prepara ad una nuova guerra. Tale è, per Jünger, l'essenza e l'ineluttabilità del destino tragico.

Ma la mobilitazione totale, da puro Caos quale sembra, è in realtà la porta che conduce l'uomo in una nuova epoca, un'epoca non umana, anzi, oltre-umana: l'epoca dell'Operaio (Arbeiter).

Ne L'Operaio (1932), Jünger affronta il tema del lavoro ma, anche in questo caso, è un lavoro nuovo: il lavoro non di un individuo, bensì di un Tipo. La Tecnica forgia i lavoratori del XX secolo nella logica della mera produzione. Produzione di massa, stereotipata, spersonalizzata, è il trionfo del nichilismo. Il mondo non è più di uomini, ma di operai, questa è la nuova legge meccanica e disumana della modernità.

 

E' possibile sottrarsi da questo caotico e crudele mondo? Per Jünger c'è un modo, ma non è di certo insito in gesta eroiche e rivoluzionarie. Anzi, è solamente una delle tante incarnazioni del dolore prodotte dalla mobilitazione totale: è la figura del Ribelle. Il Ribelle fugge nel bosco - antitesi della città - e trova la sua dimensione di libertà, poiché non ha bisogno delle leggi imposte dalla Tecnica; si assume il rischio dell'azione personale dal momento che può contare sulla sua Essenza - quello della libera azione, della scelta e dell'impegno politico sarà un tema ricorrente nei pensatori novecenteschi, da Arendt a Sartre - . In ultima istanza il nichilismo della Tecnica può dunque, per Jünger, essere oltrepassato dall'Essere, tesi del tutto scartata da Heidegger, secondo il quale il nichilismo è un male incurabile, e l'unico modo per liberarsene è quello di lasciarlo passare.

 

 

A cura di Riccardo Bianco


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