Arthur Koestler e la Rivoluzione tradita

 

"La somma di libertà individuale che un popolo può conquistare e conservare dipende dal grado della sua maturità politica."

 

E' stato definito a gran voce un genio letterario del Novecento eppure nel panorama letterario odierno, come nel mercato editoriale, dell'opera di Arthur Koestler sembra non si abbia più gran memoria, al punto da renderne complicato persino l'acquisto dei libri più importanti, molti dei quali fuori catalogo da anni.

Lo scrittore Arthur Koestler
Lo scrittore Arthur Koestler

Ungherese di nascita ma inglese di adozione, Koestler incarna - come ebbe a scrivere egli stesso nell'autobiografia - il prototipo dell'intellettuale europeo novecentesco, specie per quanto concerne l'esistenza travagliata comune a quanti portavano il peso dello status di oppositore durante l'età dei fascismi: di famiglia ebrea, vagò per diversi paesi prima di stabilirsi a Berlino, fu dunque costretto all'esilio durante il decennio nazista e successivamente conobbe la prigionia in Spagna sotto Franco, dopo essersi rifugiato per breve tempo a Parigi - patria dei dissidenti europei durante la stagione politica inaugurata nel 1933 - .

Ed è proprio la fede politica a scandire ed a configurarsi come epicentro delle opere dell'autore ungherese; questi aveva abbracciato l'ideologia comunista sin dalla gioventù, arrivando ad ottenere la tessera del partito durante gli anni in Germania salvo poi abiurare e scagliarsi duramente contro la politica sovietica staliniana. Rivoluzione tradita abbiamo titolato l'articolo, perché questo è il passaggio fondamentale nella prosa di Koestler, la più lucida memoria che la narrativa ci abbia regalato del paradosso comunista: profondo ardore egualitario degenerato in sopruso e indicibili violenze verso gli oppositori, da sogno rivoluzionario cullato in seno al popolo di tutta Europa a principale incubo all'indomani della fine della Guerra Mondiale. Cosa e come sia nei fatti accaduto riguarda gli storici più che i narratori, ciò di cui Koestler scrive è il sentimento, la profonda delusione provata da quanti avevano contribuito alla nascita del sogno comunista, la rabbia di quelli che videro sgretolarsi tra le proprie mani impotenti quel castello ideologico costruito anni addietro con tanto fervore e passione politica. Koestler non si allontanerà mai, infatti, dall'ideologia, ma denuncerà quest'ultima nei termini della strumentalizzazione subìta e delle stragi che in nome di essa sono state compiute.

 

Saggista poliedrico e fecondo - arricchiscono una già vasta bibliografia trattati di psicologia, storia, scrittura e politica, tra i quali spicca uno scritto a quattro mani con Albert Camus sulla pena di morte - , concentreremo la nostra attenzione sul Koestler romanziere e più nello specifico su due dei volumi che, assieme ad Arrivo e partenza (1943) compongono una ideale trilogia sul tema della rivoluzione e dell'etica politica.

Locandina teatrale di una messinscena americana di Buio a mezzogiorno, opera utilizzata dalla propaganda statunitense in chiave anticomunista.
Locandina teatrale di una messinscena americana di Buio a mezzogiorno, opera utilizzata dalla propaganda statunitense in chiave anticomunista.

 

Mi riferisco a I gladiatori (1939) e Buio a mezzogiorno (1940). Nel secondo testo, quello che ha goduto di maggior fama, l'autore si sovrappone indirettamente al protagonista del romanzo, il detenuto Rubasciov; questi, ex membro del Partito e compagno della Rivoluzione del '17, è reo di aver abbandonato l'ideologia comunista e di essersi schierato tra i nemici della Rivoluzione. Segue il minuzioso racconto delle torture psicologiche e delle profonde riflessioni politiche atte dal protagonista, dilaniato dalla scelta tra il compiere un gesto eroico, rimanendo fermo sulle proprie posizioni da dissidente, o piegarsi confessando crimini non commessi, con la possibilità che la pena capitale giungesse ugualmente come d'uso all'epoca delle grandi purghe.

Difatti il testo si configura come una vivida testimonianza storica del trattamento riservato agli oppositori politici ed agli intellettuali accusati di cospirazionismo, emblematico è l'esempio di Nicolaj Bukharin, assassinato soli due anni prima dell'uscita del libro.

Koestler riporta fedelmente non il punto di vista storico, bensì l'atmosfera di paura imperante durante il regime del N.1 - Josif Stalin non viene accuratamente mai nominato - , per la quale coloro che combattevano il regime dal suo interno cercando di riportare la politica comunista sulla strada ortodossa erano costretti a non incrociare il proprio sguardo in pubblico, o a distogliersi da qualsiasi discussione dopo soli pochi minuti per non risultare troppo in vista.

 

Il protagonista Rubasciov, forse al pari dell'autore, arriva a dubitare della bontà delle proprie azioni, devastato com'è dalle angherìe della prigionìa. E mettere in dubbio il proprio movente mentre si combatte una guerra ideologica è prodromo di sconfitta certa. La dottrina originaria di Marx aveva fondato la concezione dialettica della Storia, innalzando quest'ultima a discriminante suprema delle sorti del genere umano. E proprio alla volontà della storia Rubasciov/Koestler sente di doversi piegare; se la storia darà ragione al N.1, il sacrificio degli oppositori sarà stato un male necessario. Ciò postulava il pensiero rivoluzionario di inizio secolo, e tante volte il nostro Rubasciov era stato proprio dalla parte di coloro che ora, caduto in disgrazia, si trovano nel ruolo di giudici nei suoi confronti. Tante volte Rubasciov era stato proprio colui che giudicava gli uomini, magari vecchi compagni tacciati di essere passati dalla parte del sistema capitalistico occidentale, su cosa fosse fedele alla dottrina e cosa no; su chi poteva continuare a vantare la tutela del Partito e chi, invece, sarebbe incappato in una triste fine di lì a breve.

Questo il paradosso ideologico che per la prima volta gli si presenta davanti agli occhi, scuotendolo dal profondo; può esistere in materia di etica politica una immaginaria linea di confine? e chi la può tracciare, se il giudizio in merito di qualsiasi espressione politica non può prescindere dal contesto storico e sociale in cui viene concepita?

 

"I motivi individuali non contavano per il movimento. La coscienza di Rubasciov non aveva alcuna importanza per esso né si curava di ciò che aveva luogo nella sua mente e nel suo cuore. Il Partito conosceva un solo delitto: l'allontanarsi dal corso prestabilito; e un solo castigo: la morte. La morte non era un mistero nel movimento; non c'era nulla di esaltato in essa: era la logica soluzione a divergenze politiche."

 

"L'ultima verità è in penultima analisi sempre una menzogna. Colui che avrà avuto ragione alla fine, sembrerà sempre fallace e pericoloso prima di questo momento."

 

Ne I gladiatori (1939), invece, lo scenario è completamente differente, ci troviamo nella Roma antica ed il protagonista è Spartaco, emblema della ribellione tramandato nei secoli. Condottiero della rivolta servile, assurge per l'autore ungherese ad immagine del leader rivoluzionario che non rinnega le proprie posizioni originarie una volta salito al potere, finendo addirittura per trovare la morte a causa della propria perseveranza politica. D'altro canto la figura dello schiavo trace era già stata adottata numerose volte dallo stesso Karl Marx quale figura del proletariato ai tempi di Roma.

Il romanzo gode di un approccio sicuramente più narrativo rispetto a Buio a mezzogiorno, vengono infatti narrate tutte le tappe e le battaglie intraprese dai ribelli nel Sud, ma non mancano anche qui spunti affini a quelli già trattati. In particolare, il discorso con cui il retore Zosimo convince Spartaco, autoproclamatosi imperator, sul da farsi, o le orazioni con le quali lo schiavo - convinto di essere scelto dalla Storia per portare al compimento una vera e propria missione di redenzione - fomenta le migliaia di schiavi che si erano uniti a lui sposando la causa dei deboli contro l'opulenza e i fasti di Roma.

 

Per concludere, lo scrittore ungherese rappresenta in molte delle sue pagine una lucidità che nell'ambito della narrativa politica difficilmente riesce a trovare paragoni consoni. Il trasporto emotivo con cui l'autore narra le vicende sovra descritte mette sotto una luce ancor più vivida le riflessioni che, per bocca ora di Rubasciov ora di Spartaco - ma più che comprensibilmente dello stesso Koestler - vengono articolate e scandagliate con minuzia. Il tema sul quale vertono è complesso e scivoloso, si parla e si cerca di comprendere l'etica umana e dunque la politica nella più alta accezione del termine, la via tortuosa viene spesso citata a modello nei confronti di quella facile ma deleteria. Si parla quindi non solo di una sfortunata parentesi novecentesca quale lo Stalinismo ha rappresentato, ma della quotidianità più attuale e di un desiderio di azione che vada a trasformare una realtà sempre più complessa da interpretare nel rapporto tra azione individuale e collettiva, scisso com'è, anche in campo politico, tra determinismo e libero arbitrio.

 

 

A cura di Riccardo Bianco

 

 

 


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