Anakin Skywalker

Il dramma di un bambino prodigio, campione del bene e del male

E’ il 1977. Mentre il mondo occidentale si affaccia tumultuoso alla finestra della modernità, dalle sale cinematografiche fa capolino il primo film di una saga destinata a fare la storia del cinema, che avrebbe influenzato e travolto migliaia di giovani, continuando a divertire ed appassionare anche negli anni a venire persone di tutte le età. E’ l’inizio di Star Wars – Guerre Stellari.

Ho ragione di pensare che chiunque conosca, almeno sommariamente e nei suoi punti salienti, la trama del film –sulla quale, pertanto, non mi soffermerò-, e tuttavia il suo universo è talmente vasto che ho ancora più ragione di credere che anche chi si definisca un grande cultore della saga possa trarne qualcosa di nuovo ogni qualvolta si approcci ad essa. Ho colmato la mia lacuna su Star Wars soltanto di recente –ahimè-, ma siccome qui su Letterazione ci proponiamo di guardare qualsiasi opera d’arte con occhio indagatore e dato che, personalmente, ho una sorta di idiosincrasia per il reinserimento dei cattivi del grande schermo all’interno della società, sono pronta a dirvi la mia su uno dei soggetti a mio parere più belli, tristi ed umani che il cinema abbia mai ricevuto in dono. 

Nonostante l’incredibile moltitudine di personaggi che abita Guerre Stellari, ci si accorge facilmente che la dialettica che regna sovrana nel magnifico universo creato per noi da George Lucas si snoda tutta su una dicotomica contrapposizione tra bene e male, luce e buio, ribelli ed Impero, democrazia e potere assoluto, e che anche i caratteri in esso presenti, a partire dai personaggi principali come Luke sino ai più marginali come Jar Jar Binks, siano incasellati perfettamente in un mondo che non conosce sfumature di grigi, ma che contempla solo il bianco ed il nero. O sei dei buoni, oppure fai parte dei cattivi. Uno e uno solo è colui che sfugge a questa serrata classificazione e lui soltanto ci ricorda che essere umani significa essere quotidianamente chiamati al conflitto interiore tra ciò che è giusto e ciò che è facile. Questi è Anakin Skywalker, meglio noto con il suo nome Sith di Darth Fener; mi perdonerete, quindi, se mi spingo con audacia a considerare questo personaggio l’ultimo dei romantici.

Sin da bambino Anakin dimostra capacità intellettive superiori alla norma, costruisce e ripara droidi e sgusci, con la sua mente giunge dove gli altri bambini non arrivano. La Forza scorre potente in lui, che ha una concentrazione di midichlorian nelle sue cellule anche più alta di quella del Maestro Yoda. Concepito dall’affettuosa madre Shmi senza atto carnale –chi ci ricorda?-, si potrebbe dire che Anakin è concretizzazione della Forza stessa. Croce e delizia del giovane Skywalker saranno proprio, come vedremo, le sue doti naturali ed il suo legame indissolubile con la Forza.

Lei dev'essere fiera di suo figlio. Aiuta gli altri senza pensare alla ricompensa.

Tuttavia, la principale caratteristica di Anakin e che perdurerà in lui sino allo stravolgimento della sua personalità, è quella di avere una sensibilità fuori dal comune, di essere capace di un amore incondizionato e smisurato nei confronti dei suoi affetti più cari. Anakin è un eroe romantico nel quale le emozioni si manifestano con vigore straordinario, corrugano i tratti del suo viso, esplodono in sorrisi e lacrime. Egli si trova sempre sull’orlo del baratro: esaltato dalle gioie, trafitto dalla sofferenza. Lontano, molto lontano il ragazzo si trova da quell’atarassia che la via del Jedi impone, per poter vivere in armonia con la Forza ed essere garante dell’ordine cosmico. Soprattutto -cosa singolare per chi, come lui, è dotato di una forza tanto grande- Anakin ha costante paura di perdere le persone che ama. Cosa pericolosa, direbbe un Jedi. Cosa ammirevole ed umana, io dico.
Il cruccio di Anakin è quello di essere sempre troppo preoccupato per l’incolumità degli altri, da tralasciare completamente la cura e la salvezza della sua propria persona. Anche quando, sotto la guida del maestro Qui-Gon Jinn, decide di diventare un padawan Jedi, lasciando il suo pianeta natale Tatooine e sua madre ed indirizzandosi verso un percorso di sacrificio e privazioni, lui lo fa promettendosi di tornare, un giorno, per liberare Shmi e gli altri schiavi.

Qui si potrebbe aprire un discorso molto lungo sui Jedi, che cercherò di sintetizzare il più possibile. Fantastici personaggi questi “samurai” della galassia, votati alla rettitudine ed alla sorveglianza del macrocosmo. Per quanto mi riguarda, sono loro il chiaro segno che ci troviamo in un film di fantascienza e non soltanto perché possono compiere incredibili salti o spostare oggetti col pensiero tramite la Forza. Il fatto è che non esistono veri bambini, tra i Jedi. Fin dalla tenera età essi vengono addestrati a liberare la mente, a distaccarsi dal possesso delle cose terrene, all’annientamento delle passioni. Tutto ciò li rende bellissimi, fortissimi, ma oltremodo innaturali. L’obiettivo di un addestramento Jedi è mantenere la mente una tabula rasa, all’apparenza eternamente bambina, indirizzandola però a scopi più alti che non la scoperta del personale microcosmo in cui sono inclusi la famiglia, la sessualità, l’amore. L’egoismo, inteso non negativamente, ma come la scoperta del sé, di ciò che rientra nel proprio possesso e di ciò che invece è alieno dal sé, viene completamente spazzato via. Si può chiedere tanto ad un bambino, fosse anche destinato a diventare il migliore?
Ecco perché la mia simpatia si dirige più verso il delirio emotivo di Anakin, che non verso la necessaria algidità di un perfetto Jedi.

Tutte queste variabili e, in aggiunta, la convinzione di Qui-Gon che Anakin sia il Prescelto, ovvero colui che riporterà equilibrio nella Forza, porteranno alla crescita di un’angosciante cappa di aspettative che peseranno come un macigno sulla testa del giovane, il quale si sentirà continuamente oppresso dal desiderio di dimostrare il suo valore e che sarà condizionato nelle sue scelte da pressioni esterne che, seppur involontarie, offuscheranno la sua capacità di giudizio, portando a degenerazione un quadro già notevolmente compromesso dall’istintivo sentimentalismo del ragazzo, che finirà per trovarsi, il più delle volte, sulla strada sbagliata. Il tutto è condensato in un animo pieno di insicurezze, celate dietro un’arroganza che è soltanto una maschera, nera e lucente come quella di Dart Fener.

 

La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all'ira, l'ira all'odio; l'odio conduce alla sofferenza.

 

Il timore dell’abbandono ed il pensiero per lui inaccettabile della morte lo corrodono come un acido e scavano, proprio come un tarlo, piccole gallerie nel cuore del giovane Jedi, che esploderà di rabbia e di dolore alla morte della madre. E, per la prima volta, si lascerà sopraffare dall’odio, abbandonandosi allo sterminio dei predoni Tusken, senza sottrarre né donne né bambini  alla sua collera. E’ l’inizio di una lenta e progressiva discesa verso il male, con cui il sodalizio verrà firmato nel momento in cui una premonizione gli mostrerà l’imminente morte dell’amatissima moglie Padmé durante il parto. Un altro duro colpo che Anakin, questa volta, non può sostenere, specialmente perché va a ledere colei che sola riesce a portare la pace nell’animo del ragazzo. Le gambe cedono ed indipendentemente dalla ragione si dirigono verso il Lato Oscuro.

Anakin sarebbe diventato il più grande dei Jedi, se solo fosse stato capace di nascondere i suoi punti deboli. La sua genuinità lo ha invece portato ad essere manipolabile, ricattabile, ed è proprio su questo che fa leva il cancelliere Palpatine quando mostra ad Anakin la metaforica miniera d’oro che offre il Lato Oscuro. Avere il potere su tutto significa avere la possibilità di salvare l’amata Padmé dalla morte. “La sua vita vale la mia anima dannata”, questo pensa Anakin, che svende la sua bontà a poco a poco giurando fedeltà ai Sith, fino a che essa non si eclissa definitivamente tra le fiamme nel duello col maestro ed amico fraterno Obi-Wan Kenobi al grido di un disperato “io ti odio!”.

Corrotto dal Lato Oscuro il giovane Skywalker è. Colui che hai addestrato più non esiste... Consumato da Dart Fener.

 

Forse lo squilibrio della Forza era tanto grande nel momento in cui il maestro Yoda pronunciò questa frase, che gli unici Jedi sopravvissuti non poterono sentire che qualcosa di buono, seppure frantumato in mille minuscoli pezzi, sarebbe potuto risorgere da Dart Fener. Abbandonato a se stesso, Anakin si affida completamente al vecchio cancelliere, ormai imperatore e signore dei Sith, che gli offrirà un nuovo nome, un nuovo aspetto, una nuova esistenza. Dopo anni di terrore sarà Luke Skywalker, sangue del sangue di Fener, Jedi dotato ma inesperto, avventato e buono come Anakin ed integerrimo come Kenobi, a strappare dall’oscurità suo padre, aprendosi un varco in quell’armatura omicida attraverso la sua dolcezza e, soprattutto, regalando al padre quella fiducia gratuita che Anakin aveva cercato affannosamente in gioventù, che il consiglio dei Jedi gli aveva a suo tempo negato e che mai e poi mai egli avrebbe sperato sarebbe arrivata da suo figlio. Con l’ultimo respiro, Anakin, l’errore di sistema dei Jedi, conferma davvero di essere il Prescelto.

 

E chissà quante volte, nel pieno della guerra contro i ribelli, convinto di non avere più nessuno al mondo se non l’orribile Darth Sidious, nei rari momenti in cui gli eccessi dell’odio non prendevano il sopravvento, due lacrime silenziose abbiano solcato quel viso deturpato dal fuoco, dietro quella famosa maschera che è diventata, nell’immaginario collettivo, un’icona del male, ma che a me, invece, ricorda un uomo triste e solo, che ha perso se stesso e la speranza. Un bambino puro che non accetta che le cose spariscano sotto la gelida ed incomprensibile mano della morte, perché è sempre troppo presto per capire che la vita deve fare il suo corso e mutare di forma, per tornare così, quando arriva quel giorno, nel grembo della Forza.

 

A cura di Cristina Seguiti

 




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